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Kamasutra vatsyayana Oriental Collection. MS Indic alpha 1948. Nepalese erotic MS - Kamasutra. Illustration 6 CC BY 4.0

Da monaco buddhista ad ambasciatore della liberazione sessuale

 

 

 

Non legare o picchiare alcuno con disprezzo,
Non trafiggere crudelmente alcuno con la tua lancia;
La passione è offerta a un essere umano animato da passione.
Forse non è una virtù, ma come potrebbe essere un peccato?

Gendun Chopel, Trattato sulla passione (1967)

 

 

I monaci buddhisti seguono molte regole: 253 secondo una tradizione, 200 secondo un’altra. Si narra che queste regole siano state stabilite tutte dal Buddha in persona, che però non le avrebbe annunciate tutte insieme, come Mosè che scende dal Monte Sinai con i Dieci Comandamenti. Pare invece che si siano evolute in modo organico, e che il Buddha abbia fissato una regola solo dopo aver giudicato una particolare azione come un’infrazione. La prima ad essere stabilita non riguardava l’omicidio ma il sesso.

 

L’episodio scatenante fu quello di un uomo di nome Sudinna che lasciò la moglie e la famiglia per diventare monaco. Qualche tempo dopo, tornò a casa e andò a letto con sua moglie, non per amore o per lussuria, ma su sollecitazione della madre. La donna temeva infatti che se i due fossero morti senza un erede, il re si sarebbe impossessato delle loro proprietà. Benché all’epoca non vi fosse alcuna regola che vietava ai monaci di fare sesso, Sudinna si sentì in colpa e raccontò l’accaduto ad altri monaci. Questi monaci spiattellarono tutto al Buddha, che convocò Sudinna per dargli forse la peggiore lavata di capo mai registrata nella letteratura buddhista:

 

Uomo inutile, sarebbe meglio infilare il tuo pene nella bocca di un serpente velenoso piuttosto che nella vagina di una donna. Sarebbe meglio infilare il tuo pene nella bocca di una vipera nera piuttosto che nella vagina di una donna. Sarebbe meglio infilare il tuo pene in un catino di braci ardenti e incandescenti, piuttosto che nella vagina di una donna. Perché? Perché questo comporterebbe la morte o una sofferenza simile alla morte, ma al momento del disfacimento del corpo, dopo la morte, non cadresti nella privazione, nella cattiva destinazione, nell’abisso, nell’inferno.

 

Nella lunga storia del Buddhismo, la maggior parte dell’ampia raccolta delle scritture è stata composta da monaci celibi. Il rapporto sessuale – definito come la penetrazione di un orifizio anche solo per la profondità di un seme di sesamo – è la prima trasgressione considerata passibile di espulsione permanente dall’ordine monastico. I monaci hanno anche scritto opere estremamente misogine come il Sutra della ciotola di sangue, dove il sangue in questione è quello mestruale. Hanno anche cercato di controllare la vita sessuale dei laici buddhisti imponendo una vasta gamma di restrizioni, come il divieto di fare sesso durante il giorno o la penetrazione di qualsiasi orifizio diverso dalla vagina. Queste regole sono tuttora in vigore e oggi sono oggetto di discussione nell’ambito della riflessione moderna sulla visione buddhista della sessualità gay e lesbica. In tutta l’Asia, le scritture buddhiste presentano i monaci come modelli di castità. Ma il modo in cui vengono rappresentati nelle opere teatrali e nei romanzi dei vari paesi buddhisti può essere molto diverso: come nell’Europa medievale, i monaci vengono spesso ritratti come dei libertini.

 

Un’importante contro-narrazione sul sesso accompagna l’ascesa del cosiddetto Tantra, un movimento nato in India circa un millennio dopo la morte del Buddha. A lungo considerato come un fattore contaminante, in questo ambito il sesso fu trasformato in un percorso verso la purezza. I testi tantrici, infatti, si soffermavano in dettaglio sui sublimi stati di beatitudine accessibili attraverso l’orgasmo ed esponevano tecniche segrete che portavano a profondi stati di beatitudine corporea. Secondo alcuni, insomma, il sesso non era solo lecito, ma necessario: tutti i Buddha del passato avevano raggiunto l’illuminazione e la buddhità attraverso la pratica del sesso tantrico.

 

Ma è solo nel XX secolo che troviamo una critica approfondita delle norme monastiche e una difesa del piacere sessuale nella letteratura buddhista al di fuori dell’ambiente tantrico. Nel 1939, lo scrittore tibetano (ed ex monaco) Gendun Chopel compose un’opera che chiamò semplicemente Trattato sulla passione. Scritta interamente in versi, è una delle due sole opere erotiche presenti nella vasta letteratura del Buddhismo tibetano.

 

Gendun Chopel è il più famoso – e famigerato – intellettuale tibetano del XX secolo. Ordinato monaco appena dodicenne, seguì il percorso degli studi buddhisti con risultati della massima eccellenza, e lasciò il Tibet nel 1934. Trascorse i 12 anni successivi in India, nello stato del Sikkim, e nello Sri Lanka, studiando i classici della letteratura sanscrita, e a un certo punto rinunciò ai voti monastici. In questo periodo scrisse e dipinse molto, producendo saggi e traduzioni erudite, una guida di viaggio e un articolo di giornale in cui spiega ai tibetani che la terra è rotonda.

 

Uno dei classici sanscriti che studiò fu il Kama Sutra. Consapevole che l’erotismo era un genere letterario indiano sconosciuto in Tibet, Chopel decise di comporre un suo trattato sulla passione, attingendo ai manuali di sesso sanscriti e alla propria esperienza, che a quanto pare in gran parte proveniva dai giorni e dalle notti trascorse nei bordelli di Calcutta e con diverse amanti, che nomina e ringrazia.

 

Avendo rinunciato al voto di celibato solo pochi anni prima, la sua poesia brilla della meraviglia di chi scopre le gioie del sesso, tanto più memorabili perché gli sono state proibite per tanto tempo. I suoi versi si tingono di sfumature di humor, arguta autoironia e amore per le donne, non solo come fonti di piacere maschile, ma come compagne a pieno titolo nel gioco della passione. Nel sua Trattato, Gendun Chopel cerca di comprendere la vera natura della beatitudine tantrica e il suo rapporto con i piaceri dell’amore:

 

Le colline e le valli di un luogo concorrono alla sua bellezza.
Le spine del pensiero sono la radice della malattia.
Fermare il pensiero senza meditazione,
per la persona comune, è solo possibile nella beatitudine del sesso.

 

Chopel arrivò in India durante l’apice del movimento per l’indipendenza, quando i patrioti indù e musulmani cercavano di liberarsi dalle catene della schiavitù britannica. Era profondamente solidale con la loro causa e portò molti di quei principi in Tibet. Ma fu anche un difensore di un altro tipo di liberazione: la liberazione sessuale. Condannò l’ipocrisia della chiesa e dello stato, e presentò il piacere sessuale come una forza della natura e un diritto umano universale. Il Kama Sutra era destinato all’élite sociale, la letteratura tantrica riservata a praticanti spiritualmente avanzati. Enei due casi si trattava sempre di istruzioni rivolte agli uomini, che fossero colti gentiluomini o yogi tantrici. Al contrario, nel suo Trattato, Chopel ha cercato di strappare l’erotismo alla classe dirigente per offrirlo ai lavoratori del mondo:

 

Possano tutte le persone umili che vivono su questa vasta terra
Essere liberate dalla fossa delle leggi spietate
e possano abbandonarsi, con libertà,
ai piaceri comuni, così necessari e giusti.

 

Da allora, la liberazione sessuale è stata sostenuta in altre terre e in altre lingue, spesso con conseguenze disastrose per i fautori della rivoluzione. E le cose non andarono diversamente per lo stesso Gendun Chopel in Tibet, luogo di un’altra rivoluzione. Era tornato a Lhasa nel 1945 dopo 12 anni passati all’estero. All’inizio era l’idolo della città e cenava ogni sera a casa di un aristocratico diverso. Ma ben presto su di lui caddero dei sospetti, probabilmente istigati dalla delegazione britannica. Nel 1946 fu arrestato con l’accusa inventata di aver distribuito valuta falsa. Fu imprigionato per tre anni nel carcere che si trovava ai piedi del palazzo del Dalai Lama e rilasciato nell’ambito di un’amnistia generale il giorno in cui il giovane (e attuale) Dalai Lama raggiunse la maggiore età. Il 9 settembre 1951, quando le truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione marciarono verso Lhasa, recando striscioni che proclamavano il ritorno del Tibet alla madrepatria cinese, Gendun Chopel era un uomo distrutto, che dovette chiedere di essere sollevato dal suo letto di morte per poter assistere alla parata. Il suo trattato fu pubblicato solo nel 1967, molto tempo dopo la sua morte, e non in Tibet ma in India, dove molti tibetani avevano seguito il Dalai Lama in esilio.

 

Questo libro non ha contribuito alla rivoluzione sessuale che si è verificata in Europa e negli Stati Uniti negli anni Sessanta. Ma leggendo le sue istruzioni per il gioco della passione, appare chiaro che la strada da percorrere è ancora lunga, sia nel mondo buddhista che altrove.

 

 

 

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