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Culture indigene: connessione con la natura e spiritualità

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In modo ormai distante anni luce dalla concezione utilitaristica e ricreativa dei rappresentanti del Regno Animale tipica del mondo cosiddetto occidentale, nelle pratiche indigene gli animali non sono semplicemente ingranaggi di un ecosistema. Al contrario, vengono ancora venerati come canali fondamentali di accesso a un altro regno, quello dello spirito. Tale ruolo, loro conferito da migliaia di anni, sottolinea un sistema di credenze complesso e radicato nel profondo dal punto di vista delle conquiste culturali. Gli animali sono di fatto parte di un equilibrio naturale ben compreso, rappresentano una fonte di proteine, ornamenti, pelle e altri materiali. Ma sono anche messaggeri tra mondi altrimenti incapaci di relazionarsi l’uno all’altro, capaci di comunicare intuizioni divine inaccessibili agli esseri umani sulla base delle loro capacità cognitive di base. A venirci in soccorso è l’etnografia multispecie, branca dell’antropologia che cerca di comprendere l’intricato sistema di relazioni che lega umani e non umani, e cerca di superare il dualismo tra natura e cultura.

 

Nello sciamanesimo siberiano, ad esempio, lo sciamano entra in uno stato di trance, spesso facilitato da suoni ripetitivi come quelli dei tamburi, danze e talvolta l’ingestione di sostanze psicoattive. In questo stato alterato di coscienza, lo sciamano interagisce con gli spiriti animali che non sono semplicemente frutto dell’immaginazione ma sono considerati entità reali e potenti che abitano il piano spirituale. Questi spiriti animali guidano lo sciamano attraverso i regni cosmici, offrendo saggezza e conoscenza, con scopi di guarigione e divinazione. Cervo, Orso o Aquila, ad esempio, non sono scelti a caso; sono significativi per le loro qualità spirituali percepite, come agilità, forza e vista rispettivamente, tratti ricercati nelle pratiche sciamaniche.

 

Analogamente, in molte culture nativo americane, animali come il Corvo e il Coyote occupano posizioni prestigiose nelle cosmologie, spesso rappresentati antiteticamente come imbroglioni o creatori. Prendiamo, ad esempio, le storie legate ai corvidi tra i popoli indigeni del nord-ovest del Pacifico. Si ritiene che il Corvo abbia liberato il sole, la luna e le stelle e le abbia collocate nel cielo. In questo contesto, il Corvo non è visto solo come un astuto imbroglione ma come un trasformatore del mondo stesso, che ha portato la luce e dunque la vita all’umanità. Questo atto di donare i corpi celesti al cielo è un esempio eloquente di come il Corvo comunichi ordine spirituale e cosmico, plasmando la comprensione dell’universo e il posto dell’uomo al suo interno. Inoltre, il concetto di animali messaggeri è vividamente incarnato anche nel contesto africano, dove i Baule della Costa d’Avorio considerano il bufalo come una creatura che può mediare tra il mondo dei vivi e quello spirituale. Nella cosmologia Baule, si ritiene che questi animali abitino i confini tra il mondo degli uomini e quello della natura selvaggia, spazi ricchi di potenza divina. Quando un bufalo viene avvistato, è spesso interpretato come un segno o un messaggio dagli antenati o dagli spiriti della foresta, inducendo gli anziani della comunità a interpretarne le implicazioni spirituali. Ritroviamo del resto nella produzione artistica e artigianale dei villaggi un richiamo a queste interpretazioni. Esistono infatti differenti maschere Baule che vengono utilizzate in differenti occasioni legate a danze celebrative o propiziatorie.

 

Una di queste maschere è chiamata Bonu Amwin e rappresenta la testa di un bufalo, con due corna piatte, un naso a forma di T, occhi rotondeggianti e sporgenti e una grande bocca dentata. A volte la si ritrova dipinta di nero, bianco e rosso. In origine era indossata solo dai guerrieri maschi, mentre attualmente il suo uso è legato a cerimonie di protezione del villaggio.

 

Questi esempi sottolineano un tema più ampio prevalente in molte società indigene: gli animali sono integrali al tessuto della comunicazione spirituale. Non sono solo simboli ma partecipanti attivi nella vita spirituale delle comunità, facendo da ponte tra i mondi visibili e invisibili. Questo ruolo degli animali sfida la visione spesso antropocentrica della spiritualità e invita a una prospettiva più ampia e inclusiva che riconosce l’agenzia e il significato degli enti non umani nelle pratiche spirituali.

 

Gli animali si sono ritagliati uno spazio fondamentale anche nei miti della creazione che spiegano le origini del mondo e l’ordine del cosmo. Osservandoli attraverso una lente antropologica, i miti cosmogonici rivelano non solo come le società tentino di comprendere il mondo e le sue origini, ma anche come percepiscono i ruoli e i significati degli animali all’interno di questo quadro.

 

I miti della creazione con animali come figure centrali spesso ritraggono queste creature non solo come i primi esseri viventi ad essere comparsi sulla Terra, ma anche come veri e propri architetti creatori del mondo, incarnando allo stesso tempo forze naturali e lezioni morali. Questi miti hanno una duplice funzione: da un lato offrono una narrazione coerente della creazione fisica del mondo, dall’altro conferiscono agli animali creatori un significato culturale, spirituale e morale che risuona profondamente all’interno delle comunità.

 

In molte tradizioni dei Nativi Americani, ad esempio, gli animali sono fondamentali in questo tipo di storie. Nella mitologia degli Haudenosaunee (Irochesi), la terra è stata creata sul dorso di una grande tartaruga, e fino a quel momento gli uomini non avevano potuto che vivere in cielo. La storia racconta che una giovane e bellissima ragazza cadde in acqua dal mondo superiore. Molti animali acquatici, tra i quali cigni, lontre, castori, topi muschiati e perfino rospi, accorsero in suo aiuto nel tentativo di portare terra dal fondale fino sul dorso di una grande tartaruga. Si è formato così, secondo la leggenda, un luogo oggi conosciuto come Turtle Island (Nord America). In questo mito, la tartaruga non è solo un partecipante passivo ma un contributore vitale alla creazione, simboleggiando la permanenza e la stabilità della Terra. Il coinvolgimento di animali come la tartaruga in ruoli così fondamentali sottolinea la sua percezione di stabilità e resistenza, qualità valorizzate da un punto di vista culturale e viste come integrali per l’esistenza continua del mondo.

 

Passando alla mitologia aborigena australiana, incontriamo il Serpente Arcobaleno, una figura comune a diversi gruppi linguistici. Conosciuto con diversi nomi come Ngalyod, il Serpente Arcobaleno è spesso descritto come un enorme serpente i cui movimenti hanno creato colline, fiumi e laghi. Questa creatura dalla capacità inedita di plasmare il paesaggio è associata all’acqua, elemento fondamentale, rendendola un simbolo di fertilità e crescita noché simbolo della natura ciclica della vita e delle stagioni. Il ruolo del Serpente Arcobaleno nel modellare il paesaggio lega la geografia fisica dell’Australia alle visioni del mondo spirituale e mitologico dei suoi popoli indigeni, illustrando come l’ambiente naturale influenzi e sia incorporato nella psiche culturale.

 

Nella mitologia norrena, anche gli animali svolgono un ruolo cruciale nella creazione del cosmo. Il grande albero di frassino Yggdrasil, che sostiene i nove mondi della cosmologia norrena, ospita varie creature che influenzano l’albero e, per estensione, l’universo. Lo scoiattolo Ratatoskr trasporta messaggi tra l’aquila posata in cima a Yggdrasil e il serpente Níðhöggr che rosicchia le sue radici, facilitando comunicazioni e conflitti che impattano l’equilibrio cosmico. Questi animali non sono semplici residenti di Yggdrasil ma partecipanti attivi nel dramma cosmico, ciascuno simboleggiando diversi aspetti della natura e del destino, riflettendo l’interconnessione di tutte le forme di vita nel mantenimento dell’equilibrio dell’universo. Dalla relazione tra il dio Loki e la gigantessa Angrböa nasce invece il mostruoso lupo Fenrir, il cui nome significa lupo della brughiera o lupo della palude.  Nato in quella che è la Foresta di Ferro, Fenrir non è solo: la foresta rappresenta il luogo di nascita di altri due lupi, Skǫll e Hati. Il pimo insegue incessantemente Sól, divinità femminile alla conduzione del carro che traina il sole, con l’intento di divorarla. Hati dà invece la caccia al fratello Máni, che guida il carro con il quale è trainata la luna. Ovviamente il ciclo di inseguimenti è eterno, come eterno è l’alternarsi del giorno e della notte: sono i lupi in questo caso a fornire una spiegazione di quello che è uno degli aspetti fondamentali della comprensione del nostro sistema solare. A Fenrir spetta invece il ruolo più importante, quello dell’ultimo atto che vede la fine del mondo. Incatenato a vita a causa della sua natura feroce e indomabile, mal voluto e temuto dagli uomini e dagli dei, il lupo gigante richiede catene via via sempre più magiche, fino al giorno in cui nulla potrà più trattenerlo e insieme alle forze del caos e delle tenebre divorerà ogni cosa.

 

Attraverso questi miti, gli animali sono venerati o temuti non solo per i loro attributi fisici ma anche per i loro contributi spirituali e simbolici alla creazione e al mantenimento del mondo e del suo ordine. Queste storie forniscono più di un intrattenimento o una tradizione culturale: offrono di fatto intuizioni profonde su come le società umane abbiano compreso e negoziato il loro posto nell’universo attraverso le figure degli animali.

 

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