«Agisci sempre in modo da accrescere il numero delle possibilità di scelta.» Heinz von Foerster
Sono tante le domande che attraversano ogni adolescenza, spesso in silenzio, a volte con forza. Oggi più che mai, i ragazzi e le ragazze si trovano a crescere in un contesto che chiede performance, risultati, visibilità. Un contesto saturo di aspettative e povero di ascolto. Lo spazio del divenire è una rubrica mensile che vuole aprire uno spazio di riflessione sul mondo interiore degli adolescenti. A guidarla saranno voci autorevoli della psicologia, che ogni giorno lavorano con le nuove generazioni, ascoltano le loro fragilità, ma anche le loro risorse. L’obiettivo non è offrire ricette o soluzioni pronte, ma condividere sguardi, esperienze, strumenti. Per provare a capire meglio chi sono i giovani di oggi e quali domande ci pongono, anche come adulti, educatori, genitori, cittadini.
Matteo Lima, psicologo e psicoterapeuta, in questo articolo affronta il tema della crisi e del cambiamento.
Paura e desiderio di cambiamento
La paura e il desiderio di cambiamento accompagnano da sempre la storia dell’umanità e la nostra vita quotidiana.
Edgar Morin definisce la crisi come un aumento strutturale di disordine e incertezza all’interno di un sistema, sia esso individuale o collettivo. È un’immagine che sembra quasi un paradosso: se il significato originale della parola greca krisis è «decisione», la crisi contemporanea si manifesta invece come sospensione, come un territorio senza confini chiari, agitato da dubbi e perturbazioni. Secondo Morin, però, la crisi non è un incidente né un’eccezione: è inscritta nella natura stessa di ogni sistema vivente. Ogni sistema è infatti un intreccio in continuo movimento, dove complementarità e antagonismi, coesione e tensione convivono e si alimentano a vicenda.
La lotta contro la disintegrazione — ciò che Morin chiama processo neghentropico — si fonda su tre movimenti essenziali:
- l’integrazione organizzativa degli antagonismi, perché anche i conflitti interni, se riconosciuti e gestiti, possono diventare risorse;
- il rinnovamento energetico continuo con l’ambiente esterno (sistema aperto), che ricorda come ogni sistema sia aperto e in relazione con ciò che lo circonda;
- la capacità di autoriproduzione e riorganizzazione autonoma, cioè di trasformarsi senza perdere la propria identità.
La crisi, in quanto catalizzatrice, innesca percorsi caotici che, pur bloccando i determinismi usuali, aprono nuove condizioni per l’azione. Il suo esito è imprevedibile, caratterizzato da incertezza e ambiguità. È un bivio incerto in cui si intrecciano rischio di regressione e possibilità di progressione. Ma anche se ogni fase di disorganizzazione porta con sé una minaccia vitale, offre anche l’opportunità di superare il livello sistemico precedente.
Per i sistemi sociali in cui siamo immersi la crisi non è un male, anzi, è una fase dinamica e ineludibile che opera come condizione necessaria per il cambiamento e la rinascita. Fa parte di «noi» e del nostro futuro. Ma cosa accade quando il cambiamento si avvicina? Ci spaventiamo. E quando proviamo paura nei confronti di qualcosa di nuovo, ignoto e non prevedibile, tendiamo a irrigidirci. Non a caso oggi le parole «cambiamento» e «crisi» sembrano quasi sinonimi: si parla di cambiamento climatico e, allo stesso tempo, di crisi climatica.
La teoria del campo di Kurt Lewin lo descrive chiaramente: lo scongelamento apre la possibilità, il ricongelamento stabilizza la novità, ma è nella fase centrale – il cambiamento, il movimento – che si compie il lavoro vero, quello generativo. È lì che si acquisiscono competenze, comportamenti, visioni: senza questo passaggio, lo scongelamento produrrebbe solo ansia e frustrazione.
Tutti questi processi di cambiamento richiedono però uno sforzo di energie, sia per il sistema stesso, che per noi piccoli sistemi individuali abitanti e inseriti in questi grandi sistemi.
E noi oggi viviamo una fase storica di grande fatica. Siamo feriti da un decennio difficile – pandemia, guerre, instabilità economica, emergenze continue – e da un senso di precarietà che corrode la nostra capacità di pensare il domani.
Retrotopia: quando il futuro fa paura
È in questo clima che prende forma ciò che Zygmunt Bauman ha definito retrotopia: un’utopia al contrario, rivolta al passato.
Il futuro – un tempo spazio di emancipazione, di immaginazione e di slancio – è diventato minaccia. E allora cerchiamo rifugio in uno ieri idealizzato, che ricordiamo come più ordinato, sicuro, coeso. È un’illusione, ma potente: un sintomo della crisi della speranza collettiva e della nostra difficoltà a immaginare un futuro diverso, non una sua soluzione.
Politica: vecchie soluzioni a nuove sfide
La rapidità dei cambiamenti che caratterizza la nostra epoca e l’incessante stato di emergenza (dalle pandemie alle guerre, fino alle calamità naturali) genera un profondo senso di spavento e incertezza. Questo clima favorisce lo sviluppo di un «habitat» sociale dominato da alti livelli di controllo e paura, lasciando poco spazio all’ascolto e al dialogo costruttivo.
Di fronte a questa instabilità, si attiva un bisogno umano fondamentale: sentirsi al sicuro. Il rischio intrinseco di questo meccanismo è la negazione collettiva del futuro, che si manifesta nel rifugio nella tradizione. Cerchiamo un equilibrio passato, percepito come fermo e confortante, che purtroppo è privo di una visione strategica per le sfide future. La visione di un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto o previsto ci spaventa, portandoci ad applicare una negazione difensiva, aggrappandoci all’idea di un futuro statico con risorse illimitate.
Questa tendenza al passato è accentuata da una questione anagrafica cruciale: i ruoli di responsabilità e potere sono ancora nelle mani di chi ha superato i cinquant’anni.
Si crea così un paradosso: stiamo affidando la gestione del nostro mondo a leader che possono offrire solo vecchie soluzioni a problemi radicalmente nuovi. E invece di riconoscere i limiti di questa visione, spesso si preferisce un’operazione retorica: negare i problemi, riformulare la realtà, inventare narrazioni che giustifichino l’immobilità.
Un esempio lampante di questa dinamica è rappresentato dalla crisi climatica: per anni, in diverse parti del mondo, la politica conservatrice ha completamente negato il climate change. Nonostante alluvioni, incendi e ondate di calore fossero sotto gli occhi di tutti, molte leadership politiche hanno scelto il rifiuto invece della responsabilità. Tradizione e nostalgia diventano così strumenti per rimandare l’innovazione, per evitare di affrontare il nuovo.
A tutto questo si intreccia la logica del neoliberismo contemporaneo, predatorio e cannibalico, che riconosce come unico progresso legittimo quello economico. Tutto il resto — comunità, cura, coesione sociale, futuro stesso — diventa sacrificabile.
«No future for you»: la risposta delle nuove generazioni
Nel 1977 i Sex Pistols cantavano No future. Oggi, paradossalmente, questa frase risuona ancora, ma per motivi opposti. Le nuove generazioni non rifiutano il futuro: temono di non averne uno.
La risposta all’ansia e alla paura generata da questa mancanza di futuro può prendere due strade:
- l’isolamento, il chiudersi in casa o il rifugiarsi in mondi virtuali;
- la rabbia, perché un’idea di futuro ce l’hanno, ma mancano gli spazi, le modalità e soprattutto l’ascolto per costruirlo insieme.
Eppure, la rabbia non è un’emozione da censurare. Sebbene spesso vissuta come negativa o tabù è in realtà un’emozione primaria e adattiva con un ruolo cruciale per la nostra salute emotiva e le nostre relazioni. Mostrare rabbia in modo appropriato è fondamentale, non tanto per «sfogare» ma per comunicare bisogni, difendere confini e innescare il cambiamento.
Manifestazioni e rabbia: la risposta antidepressiva della generazione Z
Le generazioni adulte e anziane spesso interpretano la rabbia come una minaccia.
Raccontano i giovani come fragili, inaffidabili, disinteressati. È una narrazione difensiva, che consola chi la racconta ma tradisce la realtà.
Le recenti ricerche condotte dagli Osservatori Giovani italiani, come l’Istituto Toniolo, raccontano tutt’altro: una generazione in cerca di senso, che vuole un lavoro dignitoso, che chiede di essere valorizzata e che mette il benessere psicofisico al primo posto.
Sul piano emotivo e sociale, la Gen Z si muove tra la paura di fallire e una forte voglia di fare, manifestando una speranza attiva. È una generazione sensibile al bene comune, che chiede equità, relazioni sane, spazi reali di partecipazione.
Pur accogliendo con entusiasmo innovazioni tecnologiche come l’Intelligenza Artificiale, chiede allo stesso tempo chiarezza, trasparenza e regole condivise.
I dati sono chiari: ragazzi e ragazze hanno valori forti e aspirazioni definite, ma si scontrano con un mondo che offre poca sicurezza economica e un grande divario generazionale. E chiedono una cosa semplice e radicale allo stesso tempo: essere considerati co-protagonisti del cambiamento.
Le manifestazioni e le proteste giovanili sono un fenomeno globale che sta coinvolgendo un numero significativo di Stati in diverse aree geografiche, spesso guidate dalla cosiddetta Generazione Z e accomunate dalla richiesta di giustizia sociale, maggiore rappresentanza e miglioramento delle condizioni di vita.
Manifestare la rabbia è quindi la risposta sana delle nuove generazioni, a una mancanza di condivisione, ascolto e co-partecipazione.
L’imperatore nudo e la repressione del nuovo
Viviamo in un tempo in cui il confine tra tutela e repressione si è assottigliato.
La violenza – fisica, simbolica, comunicativa – entra dove dovrebbe esserci dialogo. Media e politica amplificano narrazioni polarizzate, distopiche, aggressive.
Il meccanismo di controllo che abbiamo eretto sembra aver perso la sua funzione protettiva per assumere quella di un martello sanzionatorio, spinto da una comunicazione sempre più distopica. Le narrazioni veicolate dai media, dai programmi TV e dalla sfera pubblica sono spesso violente, polarizzanti e tristemente dissociate dalla realtà complessa che viviamo, creando un clima di scontro e paura.
In questo scenario, noi, le vecchie generazioni, siamo diventati l’Imperatore Nudo della celebre fiaba. Ci ostiniamo a credere in sistemi e in una narrazione di progresso che si rivelano, a uno sguardo onesto, fallaci e vuoti. Per comodità e per la paura del cambiamento e del disordine, ci rifugiamo nella reazione violenta e nella chiusura (ne è un esempio lampante l’introduzione di modifiche come quelle contenute nel Decreto Sicurezza, volte a rafforzare l’apparato sanzionatorio penale, concentrandosi sulla repressione del dissenso e della protesta). Si risponde al sintomo con una cura che acutizza il male: più paura genera più repressione e mostra la nostra nudità: l’incapacità di ascolto.
Eppure, proprio la rabbia dei giovani ci mostra ciò che fingiamo di non vedere: l’imperatore è nudo.
Il futuro non può essere difeso con le logiche del passato.
I nativi digitali della crisi – coloro che sono nati dentro questo mondo fragile, interconnesso e instabile – hanno uno sguardo nuovo. Non possono permettersi illusioni. Vedono le crepe, vedono l’urgenza.
Una cura possibile
Se vogliamo evitare che la nostra epoca deragli verso una psicosi collettiva, verso scenari di conflitto sempre più estremi, abbiamo una strada possibile: partecipazione e dialogo.
Dobbiamo rendere la partecipazione e l’approccio dialogico una parte integrante e strutturale del processo formativo, a partire dalla scuola come scrive Fabio Vanni, ma anche nel mondo del lavoro e in ogni sfera della vita comunitaria. Questo deve avvenire a tutti i livelli del sistema, anche nelle nostre case all’interno dei nostri sistemi familiari. È faticoso, sì. Ma è lo sforzo necessario per non restare prigionieri della retrotopia e per tornare, finalmente, a immaginare il futuro.
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