In questo primo articolo di una serie curata dal collettivo Ippolita introduciamo l’ideal dell’«hacking del sé», una pratica creativa cha va ben oltre la sfera strettamente tecnologica e si riallaccia a una genealogia che intreccia percorsi filosofici e di ricerca spirituale.
Abitiamo sempre la dimensione dell’immaginario, anche quando ci pensiamo razionali e con i piedi ben piantati per terra. Anzi, potremmo dire che la facoltà dell’immaginazione è attiva proprio quando riflettiamo, astraiamo, conversiamo e razionalizziamo. Queste sono tutte azioni in continuità tra loro, più che in opposizione, sono tra loro intrecciate anziché escludersi reciprocamente.
Questo preambolo sul ruolo dell’immaginario ci è utile per iniziare a parlare di hacking. Oggi è impossibile farne menzione senza evocare la figura mitica e un po’ romantica dell’hacker, l’eroe tipico della letteratura e della cinematografia cyberpunk, l’adolescente esperto di codice e di metaverso capace di forzare i limiti delle corporation al fine di distribuire informazioni e risorse per il bene collettivo. Contemporaneamente però, per la cronaca giornalistica l’hacker è il pirata informatico, il mercenario al soldo di truffatori e malintanzionati, quando non addirittura figura centrale delle cyberwar contemporanee. Infine e più romanticamente l’hacker è il programmatore che dal basso, dal garage di casa, crea l’app geniale, il servizio a cui nessuno aveva mai pensato prima e che sbancherà il mercato.
C’è qualcosa di vero in ognuna di queste narrazioni anche se, contemporaneamente, sono tutte troppo romanzate. Più importante rispetto alla figura evocata in queste righe, è l’azione che la caratterizza e la contraddistingue, ossia l’hack o il fare hacking. Vale a dire osservare qualcosa, voler capire come funziona e per farlo essere disposti a smontarla e rimontarla o magari a modificarla per farla funzionare diversamente. Fare un hack ha anche il senso di adottare uno stratagemma per forza una situazione. In questo senso si può quindi fare un hacking di qualunque cosa. Questa attitudine non è esclusiva di chi programma o studia informatica bensì è profondamente radicata negli esseri umani ed è un’attitudine conoscitiva, è un approccio alle cose e alla realtà. È il desiderio di ri-combinare il codice della realtà, un desiderio di cambiamento che muove da una curiosità destrutturante ed estremamente creativa.
Questo modo di intendere l’hacking – che è quello che sentiamo più vicino a noi – lo abbiamo imparato, elaborato e fatto nostro, a partire dalla frequentazione di gruppi e spazi dedicati alla sperimentazione con le tecnologie digitali, laboratori autogestiti di informatica nei quali hardware e software erano visti e impiegati come strumenti per il bene della collettività.
L’idea era quella che non bastava fare hacking con le macchine ma che anzi quella modalità potesse essere utile per la comunità, se si è in grado di ascoltarla.
Proprio da questo punto si è sviluppata una riflessione che abbiamo fatto nostra sul rapporto tra comunità e innovazione tecnologica. Si immagina sempre l’hacker come singolo ma a noi questa visione è sempre sembrata viziata da una ideologia individualista orientata al profitto e alla performance infinita. Abbiamo cominciato così a immaginare e ricercare esempi concreti di situazioni nelle quali le competenze di ognuno potessero andare ad arricchire quelle di un gruppo, di un nucleo sociale. Capacità diverse che si completano a vicenda e che, se messe in comune, contribuiscono a creare maggiore benessere, non solo materiale in quanto si rafforzano così quei legami basati sulla fiducia reciproca.
Spesso le innovazioni tecnologiche sono avvertite socialmente come oppressive, perché calate dall’alto o introdotte e imposte per logiche di mercato. Invece, se sviluppate con altri presupposti, possono consentire emancipazione e potenziamento ecosociale. Questo può avvenire se i processi di costruzione sono condivisi e resi espliciti, se sono il più possibile trasparenti e comprensibili.
È il desiderio di ri-combinare il codice della realtà, un desiderio di cambiamento che muove da una curiosità destrutturante ed estremamente creativa
Ci riferiamo qui a modalità collaborative tra persone con diversa formazione che possono così dare vita quelle che amiamo chiamare tecnologie conviviali (il riferimento è al filosofo Ivan Illich). Lo spazio della condivisione è lo spazio collettivo della comunità.
Di cosa stiamo parlando concretamente? Di pratiche legate alla creazione e diffusione di hardware e software libero, di server autogestiti, di reti wireless autonome e alternative, dell’uso di piattaforme di comunicazione sociale decentrate, distribuite e federabili, per fare qualche esempio. Usare una tecnologia conviviale – insieme – significa modificarsi e modificare la realtà, la propria e quella che ci circonda.
Ma perché fermarsi agli aspetti tecnologici?
Se l’attitudine originaria è quella della curiosità e della creatività orientata al fare, perché non immaginarsi una comunità educante che fa auto-formazione mettendo in comune i propri saperi?
D’altra parte non esiste hacking senza autodeterminazione, senza DIY (do it yourself, la spinta al fare da sé tipica delle controculture), senza condivisione di saperi. E oggi è fondamentale scambiare conoscenze tra forme di sapere diverse, per uscire dal suprematismo tecnologico e generare forme di vita collettive rispettose di tutti gli esseri, all’insegna della giustizia sociale e ambientale.
Questo è il tipo di hacking che abbiamo imparato ad amare e a praticare.
Cosa succede allora se dall’ambito puramente tecnico ci spostiamo su quello della cura e dei principi che informano il nostro fare sia a livello individuale che sociale? Cosa succede se quello che vogliamo modificare è un costrutto sociale oppressivo, una consuetudine morale senza più scopo né senso, un abito mentale violento?
Porsi queste domande in un momento storico come quello attuale che è sempre più simile alle distopie di cui abbiamo letto nei romanzi di fantascienza durante la nostra adolescenza, vuol dire esprimere la necessità di divergere dai modelli mortiferi (necropolitici, direbbe qualcuno) oggi imperanti. Il tipo di hacking che abbiamo in mente – che chiamiamo hacking del sé – è dunque una teoria-prassi che pone la necessità rinnovata di un’utopia (concreta) in grado di ridefinire relazioni, rapporti e il nostro stare insieme, tra viventi e non-viventi. È una domanda antica, ce ne rendiamo conto – ma inaggirabile – quella che chiede come costruire un’alterità radicale.





