Lo strumento essenziale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se siete in grado di controllare il significato delle parole, sarete in grado di controllare le persone che devono utilizzarle. George Orwell ha chiarito questo punto nel suo romanzo 1984. Ma un altro modo di controllare le menti delle persone è quello di controllare le loro percezioni. Se riuscite a far loro vedere il mondo nel modo in cui lo vedete voi, allora penseranno come voi. La comprensione fa seguito alla percezione.
Philip K. Dick, Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni
Società di controllo
Viviamo nelle società di controllo prefigurate da Gilles Deleuze nel breve testo Poscritto sulle società di controllo, ma di che tipo di controllo parliamo e in che modi possiamo intenderlo?
Le nostre azioni sono potenzialmente monitorate, registrate e archiviate ventiquattrore su ventiquattro, grazie al rapporto pressoché fusionale che abbiamo con i nostri smartphone e gli altri dispositivi digitali che fanno parte della nostra vita, dalla domotica ai sistemi tecnologici integrati nelle nostre autovetture. Per non parlare delle telecamere presenti a ogni angolo di strada nelle grandi città e dei sistemi di pagamento oggi più diffusi come carte, trasferimenti digitali di denaro e così via. Tutto questo è la quotidianità per miliardi di persone.
Ci riferiamo a un insieme di informazioni, anche molto sensibili, che dicono pressoché tutto su cosa facciamo. Questo tipo di controllo è quello che avviene grazie al tracciamento delle nostre interazioni mediate tecnologicamente.
Il controllo però avviene anche in altri modi e in altri sensi, per esempio se costruiamo un oggetto o uno spazio possiamo prevedere e decidere come verrà usato e vissuto, in base alle caratteristiche che gli daremo. Non è solo una questione di affordance (le caratteristiche fisiche che ne suggeriscono l’uso) è una questione di potere. Perché c’è un dislivello non facilmente colmabile tra chi progetta e costruisce uno spazio, un manufatto, un dispositivo e chi poi lo userà.
Più è ampio e sconfinato l’ambiente di cui si fa esperienza e meno è immediatamente comprensibile la cornice nella quale agiamo. Più è complesso il dispositivo o lo strumento e meno il suo uso può essere reinventato, innovato, capovolto o rovesciato.
Ogni oggetto e ogni ambiente prevede delle possibilità di azione che sono già date e spesso immediatamente comprensibili, come dire, a colpo d’occhio.
Ciò che spesso è invece invisibile quando abitiamo certi spazi, come quelli digitali, è la cornice. Abbiamo cioè l’illusione di avere la libertà di fare e di dire quello che vogliamo ma non ci accorgiamo della cornice nella quale ci muoviamo. Con le tecnologie digitali avviene proprio questo: abbiamo la percezione di poter fare tutto ma in realtà le nostre azioni sono preinserite in un contesto di segni, di codici e quindi di possibilità già date e non negoziabili. Anche questo è controllo, ed è una forma più sottile, più pervasiva, nella quale chi controlla rimane celato. Perché il controllo in questo caso avviene letteralmente da remoto, è scritto nel codice, è dato nell’interfaccia, è stilato nei termini di servizio.
Queste forme di controllo sono in relazione tra loro e funzionali l’una all’altra. Ciò che rendono facilmente realizzabile è la previsione delle azioni future, la loro predizione logica e algoritmica.
Il controllo mostra qui il suo volto nascosto ma quasi ovvio, ossia la gestione delle risorse umane – riprendendo la formula che il lessico manageriale adotta per indicare ciò che tutti noi siamo nelle società di controllo: materia prima, merce, forza lavoro da cui estrarre valore. Il controllo è necessario per il governo delle azioni. E gestione vuol dire anche modulazione, tra liberalità, normatività, uso della forza e della violenza e uso del privilegio.
Il controllo è necessario per il governo delle azioni.
E gestione vuol dire anche modulazione, tra liberalità, normatività, uso della forza e della violenza
e uso del privilegio
Realtà consensuale
In un altro senso, come ci ricorda lo scrittore Philip K. Dick, il controllo si ottiene e si agisce mediante il linguaggio – ciò che si può dire e non si può dire, e le parole per dirlo – e attraverso la percezione che si ha delle cose e della realtà che ci circonda, la cosiddetta realtà consensuale. Facciamo un esempio: instillare la paura dello straniero, soprattutto se povero, o dei giovani che vivono in periferie difficili, criminalizzare il dissenso perseguitando penalmente chi protesta pacificamente, stilare liste di parole da non usare negli uffici pubblici o in atti ufficiali. Sono tutti tentativi di manipolazione della realtà. Ecco mostrarsi un altro volto del controllo, questa volta in un senso eminentemente normativo: il potere che dice come guardare una serie di fenomeni sociali e che ci fa capire da che parte ci conviene stare.
È questo il modo attraverso il quale il controllo comincia a diventare interno, comincia a essere nei nostri pensieri, nella nostra volontà e nelle nostre azioni. È la norma del potere che abbiamo interiorizzato.
Gestione, previsione, manipolazione sono gli assi su cui si basa la società del controllo e che agisce tra mondo interiore e mondo esterno.
Il punto è che non c’è società del controllo senza tecnologia digitale diffusa, ossia senza tecnologie di informazione e di comunicazione.
Riprendendo il testo di Deleuze, alle antiche e premoderne società di sovranità, succedono le società disciplinari di stampo illuministico che progettano e creano gli ambienti di internamento per organizzare la vita cittadina (la scuola, l’ospedale, la caserma, il carcere, la fabbrica). Dalla seconda metà del XX secolo si fa strada un nuovo assetto – che ora è diventato pressoché totale – le società di controllo. Tale scenario fa della modularità, della scalabilità, della riproducibilità, della reticolarità e del monitoraggio i propri punti di forza.
Se le società di controllo esprimono queste forme e queste tendenze, è solo grazie all’elemento digitale che guadagnano la capacità di agire concretamente e di farsi potere. Poiché come esseri umani siamo costitutivamente esseri relazionali nei confronti tanto dell’ambiente sociale che viviamo, quanto del mondo naturale, culturale e tecnico di cui facciamo parte, allora interrogarsi sul controllo, sulle norme iscritte in noi e nei dispositivi, sulle dinamiche di gestione e sfruttamento delle risorse prime (tra cui le “risorse umane”) ha una certa rilevanza. Perché noi con-diveniamo insieme alla tecnologia. Non c’è nessun destino già segnato ma solo delle trasformazioni possibili che avvengono necessariamente con, attraverso e in relazione a strumenti, dispositivi, macchine. E questa complessità va non solo osservata nella sua interezza ma anche compresa nelle sue molteplici implicazioni. Non c’è un’altra via per sfuggire alla logica del controllo.





