Idee

Nel laboratorio di biologia del monastero di Sera Jey a Mysore (India), i monaci si cimentano per la prima volta in vita loro con un microscopio. Courtesy of Dan Pierce, CC BY-NC-ND

Come si studia la biologia in un monastero buddhista tibetano?

Tempo di lettura: 5 minuti

Un professore di biologia può dare per scontato che i suoi studenti sappiano che un albero è vivo e una roccia non lo è.

Oppure no?

Per diverse estati ho avuto il piacere di insegnare biologia a un gruppo di monaci buddhisti tibetani esiliati in India. Questa iniziativa, chiamata ETSI (Emory-Tibet Science Initiative), è nata da una conversazione tra il Dalai Lama e i ricercatori della Emory University negli anni Novanta, e da allora è diventata un’occasione per introdurre la scienza ai monaci di ogni età.

Le differenze tra la biologia moderna e la concezione buddhista tradizionale della natura possono sembrare a prima vista significative, e questo vale anche per la definizione di «essere vivente». Per un biologo, si possono considerare vivi animali, piante e batteri. Negli insegnamenti monastici tibetani tradizionali, invece, il concetto di vita si basa sull’idea di coscienza. I batteri e gli animali, compresi gli esseri umani, sono dotati di coscienza e quindi sono considerati esseri «viventi». Le piante, secondo questi insegnamenti tradizionali, non hanno coscienza e sono quindi «non viventi».

Ma differenze come queste mi hanno permesso di capire cosa do per scontato nel mio insegnamento all’Università di Richmond e quanto più ricco possa essere il nostro percorso di apprendimento quando facciamo un passo indietro per esplorare insieme questioni più basilari, ma al contempo più ampie. Pensare al modo migliore per presentare ai monaci vari argomenti mi ha permesso di imparare molte cose che mi saranno utili nei miei corsi universitari.

Questa discussione permette di evidenziare che il fondamento della scienza moderna, il metodo scientifico, è in tutto e per tutto compatibile
con il buddhismo praticato dai monaci.

Osservare la vita da vicino

Le mie ricerche riguardano la relazione tra batteri e piante. Nella maggior parte dei corsi introduttivi di biologia, gli studenti universitari hanno già un’idea intuitiva di ciò che la scienza definisce «vita», un’idea che si sono formati fin dall’asilo. Ma cosa succederebbe se gli educatori non dessero per scontato che gli studenti «sappiano» quali sono i tratti distintivi di un essere vivente o, meglio ancora, se facessimo altre ipotesi per stimolare l’indagine?

Sviluppare una definizione di «essere vivente» può essere un approccio efficace per introdurre il metodo scientifico. Si può proporre agli studenti un esercizio chiedendo loro di classificare varie cose come «viventi/non viventi», e ponendo a margine varie domande. Ad esempio, un virus è un essere vivente? E che dire dell’intelligenza artificiale? E quando scopriremo la vita extraterrestre, come faremo a riconoscerla? Sono domande filosofiche sulla vita che possono stimolare discussioni interessanti anche in ambito scientifico.

In ogni contesto educativo, l’osservazione dell’acqua di uno stagno al microscopio può offrire una buona occasione per discutere di come gli scienziati abbiano costruito il loro concetto di vita, che si basa su alcuni elementi chiave: è vivo ciò che è fatto di cellule, ha la capacità di riprodursi, cresce e si sviluppa, si è evoluto, usa energia, risponde agli stimoli e mantiene l’omeostasi, cioè un livello appropriato di varie sostanze chimiche e grandi molecole.

Ma non tutti i biologi ammettono tutte queste proprietà, e discutere se includerle nella definizione della nostra classe può essere un processo di apprendimento stimolante. Si può anche discutere di come la definizione di vita sia cambiata nel corso della storia dell’umanità e considerare quali domande la biologia può non essere in grado di affrontare, per esempio il concetto di anima o quello di coscienza nel buddhismo tibetano.

Porsi delle domande

La prospettiva degli scienziati e quella dei monaci sembrano divergere anche su altri argomenti. Per esempio, gli insegnamenti buddhisti tradizionali sostengono l’esistenza della generazione spontanea – l’idea che la vita possa nascere dalla non-vita – che i biologi hanno escluso nel XIX secolo, grazie agli esperimenti di Louis Pasteur e di altri scienziati.

Nell’ottica buddhista tibetana, invece, alcune forme di vita, come vermi e batteri, possono essere create dall’«umidità». Secondo i monaci, inoltre, tutti gli animali sono senzienti, cioè hanno coscienza, a differenza delle piante, che non ne hanno. Questo è il modo in cui tradizionalmente il Buddhismo tibetano definisce la vita.

Per spiegare il punto di vista dei biologi, ci si può chiedere allora: come si può dimostrare, da un punto di vista biologico, che qualcosa è un «essere vivente»?

La chiave è il metodo scientifico, basato su test e analisi. Al monastero, gli insegnanti di scienze affrontano l’argomento della generazione spontanea o quello della senzienza attraverso le domande chiave del metodo scientifico: quali esperimenti si possono eseguire per verificare l’ipotesi che la vita nasca dalla non vita? Quali controlli prevedere per poter essere sicuri dei risultati? Come si può accrescere la fiducia nelle conclusioni?

Istruttori e interpreti conducono una lezione con i monaci tibetani del monastero di Sera Jey nell’ambito dell’iniziativa scientifica Emory-Tibet. Per gentile concessione di Dan Pierce, CC BY-NC-ND

Questa discussione permette di evidenziare che il fondamento della scienza moderna, il metodo scientifico, è in tutto e per tutto compatibile con il buddhismo praticato dai monaci.

In parte, questo si deve al fatto che il dibattito è un elemento centrale della pratica monastica. Come il metodo scientifico, il dibattito richiede che i partecipanti affrontino ogni idea con un approccio scettico e chiedano delle «prove». Nel dibattito, che viene praticato ogni giorno per diverse ore, un monaco lancia una sfida a un compagno su una certa idea religiosa, al fine di sviluppare una comprensione più profonda del concetto.

In ambito scientifico non si pratica il dibattito formale, ma anche noi scienziati facciamo un esercizio simile quando cerchiamo di raggiungere una comprensione più profonda dei processi della vita elaborando teorie, facendo esperimenti, e mettendo in discussione gli uni le idee degli altri.

Dove scienza e religione si incontrano

Prima o poi, in qualunque tipo di corso di studi – al monastero o all’università – insegnanti e studenti si imbattono in questioni per cui la biologia non ha risposte particolarmente soddisfacenti: quali sono le origini della vita? Qual è lo scopo del sonno?

Come insegnanti, possiamo approfittare di queste domande per stimolare la curiosità degli studenti, specie quando si tratta di questioni che stanno a cavallo tra la religione e la biologia. C’è chi può storcere il naso all’idea di affrontare questioni teologiche in un corso di biologia, ma sollevare questi problemi può permetterci di coinvolgere gli studenti integrando un approccio scientifico nella sfera delle domande profonde che ci facciamo sulla nostra vita. Che cosa ha da dire la biologia sull’evoluzione delle religioni? In che modo ciò che impariamo in biologia influenza il concetto che abbiamo dell’anima? Se crediamo nell’idea di anima, quali organismi la possiedono?

Per i monaci, quest’ultima domanda è fondamentale, perché il buddhismo insegna che tutta la vita è senziente e sacra. Quando lavorano con i monaci, gli insegnanti in visita sono molto attenti a non smaltire i microrganismi che ispezioniamo al microscopio come facciamo abitualmente all’Università di Richmond. Per rispetto del loro punto di vista, ci limitiamo a disperdere i microrganismi all’esterno, nell’erba. I monaci mi hanno anche permesso di vedere con altri occhi la sperimentazione, e in particolare di riconsiderare se sia necessario usare alcuni organismi nella ricerca e nell’insegnamento.

L’indagine scientifica può essere davvero un ponte tra le culture. E se ci confrontiamo sulle nostre differenze con apertura e compassione, possiamo promuovere un approccio all’apprendimento più significativo sia per gli insegnanti che per gli studenti.

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