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Meteo interiore: i cirri, indizi d’impermanenza

Tempo di lettura: 5 minuti

In questo primo episodio della serie Cloudscapes ci soffermiamo sui cirri, nuvole alte. Nella distesa del cielo si possono a volte osservare sottili striature, delicati filamenti che sembrano fluttuare in alto sull’orlo del nulla. Si tratta dei cirri, nastri eterei di cristalli di ghiaccio che si formano ad altitudini così elevate da apparire spesso ultraterrene. Nel primo episodio della nostra serie di dieci esplorazioni del «meteo interiore» rivolgiamo la nostra attenzione a questi araldi del cambiamento, contemplando gli insegnamenti che possono offrirci sul sottile funzionamento della mente.

Alfabeto delle nuvole
Abbreviazione: Ci | Simbolo

I cirri somigliano alle pennellate espressive di un pittore celeste o ai ciuffi ribelli di un essere dalle sembianze umane o equine, tanto gigantesco da rimanere celato alla vista, e proprio da questo deriva il loro nome, cirrus, che in latino significa «ricciolo».

I nomi delle nuvole si devono tutti o quasi a Luke Howard, un farmacista londinese, quacchero, appassionato di meteorologia, che nel 1803 pubblicò un breve trattato dal titolo Essay on the modification of clouds («Saggio sui mutamenti delle nuvole»), corredato di varie riproduzioni dei suoi stessi acquerelli. Howard era un dilettante autodidatta anche in fatto di colori e pennelli, ma questi suoi bozzetti avranno un forte impatto sulla pittura britannica, in particolare quella di John Constable (che si definiva «l’uomo delle nuvole») e di William Turner.

Prima di essere ampiamente adottata, e mantenuta fino a oggi, la nomenclatura latina di Howard, ispirata alla classificazione linneana, incontrò qualche resistenza. Il famoso naturalista francese Jean-Baptiste de Lamarck, ad esempio, aveva da poco proposto una nomenclatura tutta sua, e preferiva chiamare i cirri nuages en balayures, cioè «nuvole a spazzolate». Ma a sostegno del latino di Howard si schierò niente meno che Johann Wolfgang von Goethe, fervente ammiratore del londinese, insistendo sul fatto che i nomi latini suonavano al contempo scientifici e poetici, e che potevano essere facilmente adottati da tutte le accademie senza traduzioni. A Howard, Goethe dedicò anche un’ode, Howards Ehrengedächtnis (1822)[1], con una strofa dedicata ai cirri:

Cirrus
Doch immer hoher steigt der edle Drang !
Erlosung ist ein himmlisch leichter Zwang.
Ein Aufgehauftes, flockig lost sich’s auf,
Wie Schaflein trippelnd, leicht gekammt zu Hauf —
So fliesst zuletzt was unten leicht entstand,
Dem Vater oben still in Schoos und Hand.

Cirro.
Ma sempre più s’innalza il nobile ardor!
Libertà celeste, lieve impulso del cor.
Ciò ch’è cumulato, lene si dissolve,
Compagnia d’agnelli, gregge che evolve —
Quel che nacque in terra lesto poi sale
Nella quieta dimora ancestrale.

Cirri dipinti da Luke Howard

Che cosa sono i cirri

I cirri non sono quello che sembrano: il contrasto tra l’apparenza evanescente e la realtà della loro composizione non potrebbe essere più estremo e affascinante. Dietro un andamento curvilineo e sinuoso, infatti, nascondono forme spigolose e affilate, perché librandosi nell’aria sottile e gelida tra i quattromila e i quindicimila metri, alle massime altitudini per le formazioni nuvolose, al contrario della maggior parte delle altre nubi sono interamente costituiti di cristalli di ghiaccio.

Cristalli di ghiaccio in un cirro tropicale, da Emma Järvinen et al., Additional global climate cooling by clouds due to ice crystal complexity, «Atmospheric Chemistry and Physics», 18, 21 (2018), CC BY 4.0

Anche se il loro aspetto delicato può far pensare che siano fragili, i cirri svolgono un ruolo importante nella regolazione del clima terrestre. Spesso, quando compaiono prima di un fronte caldo, segni visibili di una massa d’aria che avanza sviluppandosi verso l’alto, preannunciano un cambiamento del tempo. Sappiamo anche che queste nubi avvolgono una porzione significativa del pianeta e le più recenti osservazioni satellitari indicano che possono coprire più del 16% della superficie terrestre, in particolare ai tropici.

I cirri e i cirrostrati sono onnipresenti e fanno da schermo ad altro, eppure tendono a nascondersi. Durante la Seconda guerra mondiale, divennero fonte di preoccupazione per i piloti militari perché limitavano fortemente la visibilità in quota: coprivano il sole e le stelle rendendo difficile orientarsi a vista, e occultavano altri velivoli e temporali. Ma si rivelano particolarmente sfuggenti ai radar e difficili da distinguere rispetto alle nubi sottostanti.

Come si formano i cirri? I meteorologi distinguono tre meccanismi principali: davanti a un fronte caldo, dalla dissoluzione dell’incudine di una nuvola temporalesca e dalle correnti d’aria che oltrepassano le cime montuose (a questi tre processi vanno aggiunte la formazione in presenza di convezione profonda ai tropici, dove sono a malapena visibili perché molto alti, e quella derivata dalle scie dei motori a reazione degli aerei).

Cirri e cirrostrati si raccolgono in una coltre nuvolosa che può trattenere la radiazione infrarossa terrestre, contribuendo all’effetto serra, ma provocano anche un effetto albedo, riflettendo la radiazione solare. Quale sia l’esatto equilibrio tra questi due processi radiativi – cioè l’impatto netto dei cirri sul nostro sistema climatico – non è chiaro. Ebbene, proprio da questo equilibrio dipende il ruolo che le variazioni nella loro distribuzione possono avere nel mitigare o esacerbare la crisi climatica. Ecco perché oggi la ricerca scientifica dedica molta attenzione a queste formazioni nuvolose.

John Constable, Study of Cirrus Clouds (1822)

Nei millenni che non hanno conosciuto la meteorologia come scienza fondata su modelli matematici, per anticipare i mutamenti del tempo i marinai si sono sempre affidati alle loro osservazioni e alla saggezza popolare. Un vecchio detto inglese recita Mare’s tails and mackerel scales, make tall ships take in their sails(«Code di cavallo e scaglie di sgombro gonfiano le vele alle alte navi»). Oggi disponiamo di immagini satellitari e di modelli meteorologici avanzati, ma la capacità dei primi marinai di leggere le sottigliezze del cielo rimane una testimonianza della profondità possibile dell’intuizione umana e di acutezza nell’osservazione.

Questi navigatori praticavano infatti una forma di consapevolezza, non attraverso la meditazione formale ma coltivando una presenza attenta al loro ambiente. Dal discernimento dei più sottili ed effimeri segnali dipendeva infatti la loro sopravvivenza, poiché ignorarli li esponeva al rischio di essere colti di sorpresa da un brusco cambiamento del tempo. Quante volte ci lasciamo sfuggire sottili cambiamenti di umore, di energia o di circostanze, per poi trovarci impreparati di fronte alla «tempesta» che si sta preparando?

I cirri, che si formano nelle zone più alte della troposfera, ci invitano alla raffinatezza dell’osservazione. Spesso sono le ultime nuvole a scomparire al crepuscolo: catturano gli ultimi raggi del sole e si arrossano brillando sullo sfondo del cielo che si va oscurando. Questa loro qualità eterea ci parla degli stati d’animo più sfumati della mente, sfuggenti, sulla soglia della consapevolezza.

Nella pratica del «meteo interiore», i cirri possono dunque rappresentare accenni di intuizione, e ci ricordano che la trasformazione inizia spesso in modo sottile. Un piccolo cambiamento di prospettiva, un leggero impulso, come la prima comparsa dei cirri in un cielo limpido, può far presagire un cambiamento più profondo nel nostro «clima» mentale. Prendere consapevolezza di questi segnali iniziali ci può permettere di prepararci a un mutamento più marcato del nostro clima emotivo.

Contemplazione

Lasciamo andare queste informazioni, lasciamole sedimentare. Che cosa ci insegnano i cirri? Troviamo un punto di osservazione, alla finestra o all’aria aperta, portiamo per un momento l’attenzione al respiro, poi contempliamo.

I cirri disegnano una danza vertiginosa, mostrandoci che la leggerezza può combinarsi con la lucidità e l’acume, che la morbidezza può essere sottile. Velano e rivelano, raccolgono e riflettono: ci invitano al gioco della scoperta. Ci parlano di mutamento e trasformazione, di impermanenza.

Riconosciamo qualcuna di queste qualità nel nostro meteo interiore?


Scatta una foto dei cirri che hai osservato questo mese con una frase sulla tua contemplazione e pubblicala su Instagram con l’hashtag #MeteoInteriore. Creiamo un cloudscape condiviso da esplorare insieme!


[1] Goethes Werke, Hamburger Ausgabe in 14 Bden, a cura di Erich Trunz, Christian Wegner Verlag, Hamburg 1964, Vol. 1, p. 350 ss.

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