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Sfumature di celeste puro verso Milazzo (ME), direzione ovest, nel pomeriggio, con cielo pressoché limpido e sereno, Photo credit: Iskander1317 CC BY 4.0
Sfumature di celeste puro verso Milazzo (ME), direzione ovest, nel pomeriggio, con cielo pressoché limpido e sereno, Photo credit: Iskander1317 CC BY 4.0

Cielo sereno

Tempo di lettura: 6 minuti

E infine ci sono giorni che la volta si mostra davvero celeste, sgombra di ogni forma, moto, ombra. Solo una sequenza continua di sfumature, che in certe ore del giorno sembrano addirittura assottigliarsi fino ad alludere a un oltre. L’assenza allora si riempie di significati profondi e al contempo leggeri, e tutto sembra possibile. Cosa ci dice questa luce?

Quel che rimane

Quando tutte le nubi sono andate via, quel che rimane è il cielo sereno. Questa parola – «sereno», che letteralmente vuol dire proprio «sgombro di nubi» – è il nome che diamo a uno stato libero da preoccupazioni, ansie, paure o altre negatività fisiche e mentali. Ma è un uso linguistico che mette inconsapevolmente in cattiva luce le nuvole, e uno dei principali intenti della nostra ricognizione del meteo interiore, che qui si conclude, è stato proprio rivedere e mitigare questo pregiudizio. Abbiamo esplorato la bellezza delle nuvole, la loro diversità e quello che possono insegnarci sulla ricchezza e la mutevolezza del nostro panorama interiore.

Come sia fatto il cielo sereno siamo tutti presumibilmente convinti di saperlo con una certa (ora ci vuole) chiarezza. Eppure, a una riflessione più approfondita questa nozione rivela presto di appartenere al novero di quei concetti sornioni, generalmente riferiti a cose che stanno sotto gli occhi di tutti, che sono tanto facili da indicare quanto ardui da definire.

Perché il cielo è celeste? La luce del Sole sembra bianca o incolore, ma in realtà è una mescolanza di luci di diverso colore, o meglio di varie lunghezze d’onda. Quando i raggi solari attraversano l’atmosfera incontrano le molecole dei gas che la compongono (soprattutto azoto e ossigeno), che sono molto più piccole della lunghezza d’onda della luce visibile. In queste condizioni si verifica il fenomeno ottico della diffusione (di Rayleigh), per cui le onde corte vengono disperse molto più delle onde lunghe, di modo che il blu (e ancora di più il violetto, al quale però gli occhi umani sono meno sensibili) viene disperso in tutte le direzioni. Quando l’aria è molto pulita e secca, il blu può diventare più profondo, mentre quando aumentano pulviscolo e umidità in sospensione la diffusione è meno selettiva, e il colore della luce tende al biancastro: è una delle ragioni per cui certi giorni il cielo sembra pallido anche in assenza nubi.

Horace-Bénédict de Saussure deuxième schéma du cyanomètre, 1788 Collection Musée d’histoire des sciences, Ginevra, CC BY-SA 4.0

In effetti il celeste del cielo non è sempre uguale: la gradazione dipende da varie condizioni come l’ora del giorno, le condizioni meteorologiche, la stagione. Ecco perché Horace-Bénédict de Saussure – scienziato ginevrino del Settecento, iniziatore della geologia alpina e pioniere dell’alpinismo, nonché prozio dell’illustre linguista – inventò il «cianometro», uno strumento costituito da una corona di tasselli con 53 gradazioni numerate, da confrontare a vista con la porzione di cielo osservata. L’idea di Saussure era “standardizzare” un’impressione, trasformandola in una serie confrontabile tra luoghi, quote e stagioni. Non a caso lo scienziato prediligeva le osservazioni ad alta quota, dove l’aria più rarefatta e spesso meno satura di aerosol permette di osservare un colore più intenso: Saussure aveva già intuito che la gradazione dipende sia dall’umidità che dalla quantità di particelle in sospensione, condizioni che determinano la trasparenza e la diffusione della luce nell’aria.

Manca la “nuvola” che pretende di essere il centro stabile dell’esperienza, la nuvola del sé, e in queste condizioni può nascere la consapevolezza che ciò che sembrava solido e perpetuo era in realtà il frutto di un insieme impermanente di condizioni.

Meteorologia dell’assenza

La meteorologia del cielo sereno è, in un certo senso, la meteorologia dell’assenza: mancano le nubi, e proprio per questo diventano visibili i meccanismi sottili di energia e stabilità. Un cielo sereno spesso accompagna una situazione anticiclonica (la “subsidenza”: la discesa di una massa d’aria che si comprime e si riscalda divenendo più secca e ostacolando la condensazione). Di notte, tuttavia, in presenza di un cielo sereno il suolo può irradiare calore verso lo spazio con molta più efficacia, perché le nubi non lo trattengono. Il terreno perde allora energia per irraggiamento, si raffredda e raffredda lo strato d’aria immediatamente a contatto. Se il vento è assente o debole, questo raffreddamento resta “intrappolato” vicino al suolo e si forma una forte inversione termica notturna (aria più fredda sotto, più calda sopra). Ecco perché sotto un cielo sereno si scende più facilmente a temperature minime basse: non perché “scende il freddo”, ma perché il suolo disperde più facilmente il calore. Se poi l’umidità è sufficiente e la temperatura scende verso il punto di rugiada, questa stessa dinamica produce brina o nebbia da irraggiamento e allora paradossalmente una notte chiara può preludere a una mattinata grigia. Peraltro, di giorno il cielo sereno intensifica l’insolazione e quindi la convezione termica dal basso: lo strato limite diurno può diventare turbolento e “mescolare” calore e umidità, mentre la notte torna stabile e stratificato. Insomma: mancanza di nubi non vuol dire affatto assenza di fenomeni meteorologici.

Il colore dei pittori

L’artista che più ha legato la sua opera al colore del cielo è probabilmente Yves Klein, che con il suo monocromo blu del 1961 inaugura una lunga produzione astratta che a suo modo di vedere era esplicitamente connessa alla dimensione spirituale della via negativa, al vuoto come spazio metafisico di elevazione e più specificamente alla vacuità intesa in senso buddhista.

Nello stesso periodo – che non a caso inaugura l’età dell’oro della diffusione dello Zen negli Stati Uniti –  Georgia O’Keeffe realizza la sua tela più grande, Sky Above Clouds IV (1965), un manifesto in cui le nuvole sono ridotte a un pattern geometrico, e la composizione si concentra sull’esperienza del cielo visto dal finestrino di un aereo di linea, dove il celeste diventa indice di un’apertura della mente in transizione.

Il cielo della mente

L’idea del cielo sereno come immagine di una mente in equilibrio sembra insistere su un’apparente “verità” del cielo sopra le nuvole, come se finalmente qualcosa di fastidioso si fosse tolto di mezzo. L’elemento più utile di questa metafora, tuttavia, non sta probabilmente nell’assenza in sé, ma nel comprendere che anche la chiarezza è qualcosa di condizionato e impermanente. Neppure il cielo sereno esiste da sé, ma solo grazie alla temporanea assenza delle nuvole. E sullo sfondo di questa distesa libera, ogni variazione diventa immediatamente manifesta. Allo stesso modo, nell’introspezione, la quiete della mente lascia emergere con chiarezza i movimenti più sottili dell’esperienza. E se questi movimenti, se questi contenuti di esperienza non ci fossero, non avremmo granché da osservare.

Il cielo sereno sembra vuoto perché non offre appigli, nessuna forma, nessun punto di riferimento per lo sguardo. Eppure, proprio questa apparente sottrazione è indice di una pienezza minuta, inesauribile: una miriade di molecole che diffondono la luce, la velano o la rendono tagliente, di gradienti termici che stratificano l’aria come un pensiero che si articola in livelli, di pressioni che pur sottraendosi alla vista governano i moti. Il sereno, insomma, non è un’assenza di contenuto, non è un vuoto assoluto, e proprio per questo è un’immagine utile della vacuità. Manca la “nuvola” che pretende di essere il centro stabile dell’esperienza, la nuvola del sé, e in queste condizioni può nascere la consapevolezza che ciò che sembrava solido e perpetuo era in realtà il frutto di un insieme impermanente di condizioni. In questo senso, identificare lo sfondo celeste con l’assoluto sarebbe un po’ come spostare il problema. Neppure il colore del cielo è una sostanza: è un effetto che emerge da un insieme innumerevole di cause, e se osservato con la giusta attenzione rivela una trama finissima. Così anche l’esperienza, liberata dalla necessità ingiustificata di un io interno che la detenga, si mostra per ciò che è: un campo di eventi interdipendenti.

Il cielo sereno è ciò che desideriamo quando stiamo sotto l’ombrellone. Se ne facciamo un’immagine della vacuità, allora, più che come un vuoto potremmo immaginarlo come una “vacanza” del sé.

Contemplazione

Lasciamo andare queste informazioni, lasciamole sedimentare. Che cosa ci insegna il cielo sereno? Troviamo un punto di osservazione, alla finestra o all’aria aperta, portiamo per un momento l’attenzione al respiro, poi contempliamo.

Possiamo semplicemente limitarci a osservare il colore del cielo, quale gradazione assume a quest’ora, in questa stagione. Possiamo osservare cosa si staglia sull’uniformità di questo sfondo: il volo di un uccello, di un aereo. Il cielo può apparirci allora come un campo di possibilità. Ci connettiamo con questa apertura, abbracciandola come una fonte di potenzialità e di sviluppi.

Che cosa riconosciamo nel nostro meteo interiore?


Scatta una foto del cielo che hai osservato questo mese con una frase sulla tua contemplazione e pubblicala su Instagram con l’hashtag #MeteoInteriore. Creiamo un cloudscape condiviso da esplorare insieme!


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