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Che cos’è uno spazio pubblico?

Tempo di lettura: 5 minuti

Nel libro Abitare il Vortice, pubblicato all’inizio del 2023, ho tracciato l’evoluzione delle città occidentali in tre fasi cruciali: la deindustrializzazione degli anni ’70, la crisi pandemica, le sfide della ripartenza. Nell’ultimo anno e mezzo ho portato il libro in giro per tante città d’Italia, osservando le trasformazioni più recenti degli spazi urbani e confrontandomi con attivisti, cittadini, amministratori e ricercatori su temi come la crisi abitativa, il rapporto tra città e natura, il ruolo delle comunità nella vita culturale.

Questa serie di articoli su GATE nasce dalla necessità di riflettere su quello che ho incontrato. Data la natura della testata che li ospita, i testi hanno preso la forma di esercizi.  Dopo aver indagato le interpretazioni di comunità e il rapporto tra casa e città, qui ci chiediamo: cosa è uno spazio pubblico?

Tutti siamo convinti di saperlo. Se provate a chiederlo in giro (fatelo!) la maggior parte delle persone vi risponderà di primo acchito «quello che sta fuori dalle case e dalle proprietà private».

In questo c’è ovviamente molto di sensato: è pubblico ciò che non è privato.

Eppure, se continuiamo a chiedere alle persone attorno a noi – e se continuiamo a ragionarci sopra – le cose iniziano a diventare più complicate.

Anche solo provare a fare delle liste degli spazi pubblici può essere complicato. Cosa ci può rientrare? Molti indicano le piazze, le strade, i marciapiedi, i parchi, le aiuole. Altri anche le spiagge di mari, laghi e fiumi. Alcuni elencano edifici di proprietà pubblica: ospedali, scuole, musei, biblioteche. Un po’ hanno tutti ragione ma come spesso succede, se si cerca di tracciare dei confini precisi le cose cambiano.

C’è chi li pensa come luoghi dell’ordine e chi come spazi per il disordine. Chi li vuole come estensioni del salotto di casa e chi come dimensioni completamente altre. Chi li vive come spazi residuali e chi come il motivo principale della vita urbana.

Per mostrare quanto sia labile il confine tra le diverse interpretazioni possibili di «spazio pubblico», il collettivo di artisti Critical Art Ensemble alla fine degli anni ’90 mise in atto un ciclo di performance assolutamente spiazzanti per semplicità ed efficacia. Uno dei membri del collettivo si recava di fronte all’ingresso di un grosso centro commerciale e, piazzandosi rigorosamente sul suolo pubblico ma vicinissimo ai varchi dello spazio privato, iniziava a giocare con delle automobiline. Altri performer – dissimulati tra i clienti – si pronunciavano ad alta voce a favore o contro quest’attività così irrituale. In ogni occasione, e in modo più o meno aggressivo, le guardie di sicurezza private dell’esercizio commerciale dopo poco obbligavano il giocatore solitario a spostarsi. Era quello che aspettavano gli altri performer mimetizzati per iniziare ad arringare gli astanti. Chi aveva ragione? Chi torto? Dove iniziava lo spazio pubblico, e dove finiva? E cosa era lecito o meno farci, in quello spazio pubblico?


L’accesso ai beni comuni non può essere ristretto e il loro godimento deve essere garantito a chiunque in un’ottica di cittadinanza attiva

Sono passati anni, ma le domande sollevate dal CAE sono più centrali di prima, per una lunga serie di motivi. Innanzitutto perché nelle città occidentali si sono moltiplicati i casi in cui – sul modello statunitense, molto diverso da quello europeo – gli spazi di proprietà privata e quelli di proprietà pubblica si affiancano e si compenetrano in forme difficili da capire per i cittadini come per i legislatori. Strade e piazze attorno a grandi sviluppi urbani privati possono essere di uso pubblico ma sottoposti a sorveglianza privata, di modo che, come successo spesso in Italia negli ultimi anni, i bambini che in estate cercano refrigerio immergendo i piedi nelle fontane vengano allontanati dal personale di aziende di vigilanza. Ed è sempre meno raro che istituzioni legate a servizi pubblici come le università si trovino in edifici affittati ai privati.

A complicare (e arricchire) la faccenda c’è stato il fiorire del movimento per i beni comuni, che negli ultimi decenni ha riattualizzato una formula giuridica vecchia di secoli. I beni comuni sono risorse materiali e immateriali fondamentali, l’accesso ai quali non può essere ristretto e il cui godimento deve essere garantito a chiunque in un’ottica di cittadinanza attiva. È in quest’ottica che in Italia alcuni spazi sociali, piazze e giardini sono stati disciplinati come luoghi soggetti a «usi civici»: aperti a tutti, gestiti non dal pubblico ma dalle comunità.

Ancor più che riguardo alla natura giuridica, le concezioni dello spazio pubblico differiscono per l’idea della sua natura più intima.

Per alcuni, la sua quintessenza è quella di arena pubblica, destinata al confronto, alla discussione, anche allo scontro: una dimensione collettiva che vive di una pluralità ribollente e magmatica che non trova mai un vero equilibrio. È un’interpretazione in parte politica (rimanda alla tensione costante che associamo alla polis greca) in parte culturale (riecheggia il lavorio costante del dibattito aperto) in parte estetica (pensa e agisce spazi che non temono le cacofonie e il rumore).

Per altri, lo spazio pubblico è un luogo della disciplina, prima di tutto estetica, che ricerca il «decoro» come minimo comune denominatore della vita pubblica: un’ideale di educazione (dei gesti, dei segni, dei suoni) che possa consentire il dispiegarsi ordinato e armonioso delle traiettorie individuali e collettive negli spazi che sono di tutti. È un approccio alla cosa comune che si situa spesso in un iperuranio di forme pure che faticano a trovare riscontro nel divenire quotidiano delle città reali, e che hanno bisogno di essere mantenute con il ricorso a forme di autorità esterna o superiore.

Per altri ancora – ed è questa forse la principale novità di questi ultimi decenni nel modo di pensare e agire gli spazi pubblici – la natura pubblica non è definita una volta per tutte ma è un sistema di gradi e variabili che riguardano il livello di libertà individuale e collettiva ai quali si può accedere in modo situato sulla base di determinate caratteristiche. I modi e i tempi in cui un uomo si può sentire completamente libero e a proprio agio sono diversi da quelli di una donna. Lo stesso vale per chi esprime un orientamento eterosessuale a fronte di quelli della gamma LGBTQ+. O per i corpi somaticamente «normali» (in Italia, quelli bianchi) rispetto a quelli «non standard» (in Italia, quelli non bianchi). O, ancora, per le persone normalmente abili rispetto a quelle con disabilità. Adottando questa prospettiva, quindi, uno spazio è tanto più pubblico quanto più è vivibile liberamente da ogni tipo di corpo e di identità.

Ci sono poi coloro – e sono tantissimi – che vivono gli spazi pubblici soprattutto come dimensioni residuali rispetto a quelli privati. Spazi di scarto, che non li riguardano, da attraversare nel minor tempo possibile e dove svolgere soprattutto «funzioni»: parcheggiare la propria automobile, spostarsi per andare dalla porta di casa a quella del lavoro o a quella del supermercato. Nei casi peggiori, posti dove scaricare la propria immondizia.

Questi anni sono segnati da innumerevoli questioni che riguardano gli spazi pubblici. Quelle che riguardano la gestione della vita notturna, tra le legittime richieste di chi vuole notti silenziose e quelle altrettanto legittime di chi le vuole piene di vita. Tra le piazze consacrate ai tavolini dei ristoranti e quelle alla pigrizia improduttiva degli adolescenti e degli anziani. Tra le frenesie della rigenerazione urbana un tot al kilo e la ricerca dell’autenticità a tutti i costi. Tra le istanze dei turisti mordi e fuggi sbarcati dalle navi da crociera e quelle degli abitanti che si sentono sempre più assediati.

E allora ha senso provare a farsi porsi alcune domande, come individui e collettività. A cosa pensiamo quando sentiamo le parole «spazio pubblico»? È qualcosa che riguarda il nostro rapporto privato con la città, o si tratta di una dimensione strettamente comunitaria? E in che grado?

Cosa siamo disposti a fare per prendercene cura? Piccoli gesti di disciplina individuale? Iniziative collettive? Entrambe? E in che modo?

Quali sono stati i momenti della nostra vita personale che condizionano questa relazione? Chi e cosa ci ha tramandato il nostro senso dello spazio pubblico?

E quali spazi pubblici desideriamo per le città a venire? Cosa siamo disposti a fare per ottenerli?

Idee

  • Bertram Niessen è Presidente e Direttore Scientifico di cheFare, di cui è stato tra i fondatori nel 2012. Come ricercatore, progettista, docente, autore e advisor si occupa di come la cultura trasforma lo stato delle cose. I temi principali di cui si interessa sono la città, la progettazione culturale, le politiche e l’economia della cultura, le forme culturali collaborative, il rapporto tra cultura e tecnologia.
    Lo fa al crocevia tra discipline diverse: sociologia urbana, metodologia, cultural studies, scienze della comunicazione, arte elettronica.
    Al cuore di tutto c’è un forte interesse per l’intersezione tra cultura, tecnologia e società, e la convinzione che ci sia bisogno di nuove forme di azione sociale e politica.

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