Con questo articolo inauguriamo Disfunzioni artificiali, la nuova rubrica di Simone Puorto dedicata all’intelligenza artificiale e alle trasformazioni che sta producendo nel mondo del lavoro. Uno spazio che non vuole essere né apocalittico né integrato ma aperto all’osservazione critica di ciò che sta già accadendo: professioni che cambiano, competenze che perdono valore o ne acquistano di nuovo, mansioni che scompaiono, rapporti di forza che si modificano.
Perché parlarne su un magazine buddhista? Perché le trasformazioni tecnologiche non riguardano mai soltanto la tecnologia: modificano il modo in cui organizziamo il tempo, attribuiamo valore alle nostre attività, costruiamo relazioni e pensiamo noi stessi come individui e come collettività. Più specificamente, da un’ottica buddhista, se ciò che chiamiamo «sé» è già un artificio, una costruzione, un equilibrio provvisorio di condizioni, abitudini, relazioni e rappresentazioni, che cosa accade quando l’artificiale interviene direttamente nei processi attraverso cui quella costruzione prende forma?
Disfunzioni artificiali parte dunque da questioni pratiche, concrete – occupazione, automazione, competenze, organizzazione del lavoro – per osservare le trasformazioni più ampie e profonde che si producono nelle nostre vite. La prima «disfunzione» comincia proprio dall’equazione, apparentemente ovvia, tra ciò che facciamo e ciò che siamo.
Dire «io sono» quando ci presentiamo non basta mai davvero: la frase esige sempre un completamento, una specificazione, una bio LinkedIn che giustifichi la nostra presenza nel mondo.
«Ciao, sono Simone e faccio il tecnofilosofo…»
Ma non è sempre stato così. E non è detto, come vedremo, che lo sarà in futuro.
Nelle società premoderne il lavoro esisteva, certo, ma raramente coincideva con l’identità dei lavoratori. Il contadino non era definito esclusivamente dal fatto di coltivare la terra, bensì dal suo posto all’interno di una struttura simbolica (nel senso originario di symbállein: ciò che tiene insieme). È con la rivoluzione industriale che questa unione si spezza e diventa diabolica (diabállein, separare). Il lavoro diventa prima carriera, poi identità e, infine, biografia.
È il linguaggio stesso a tradire l’equivoco: chiedere a un bambino «Che cosa vuoi fare da grande?» mentre raccontiamo storie di astronauti e pompieri, significa già dare per scontato che sarà ciò che farà.
Si passa così dal cogito cartesiano al suo up/downgrade marxista: laboro ergo sum.
Io sono quello, per dirla con Nisargadatta, ma quel quello è stampato sulle nostre business card.
Avanti veloce a oggi e questa equivalenza inizia a scricchiolare: secondo un report di Challenger, Gray & Christmas, nel gennaio del 2026, nei soli Stati Uniti, i licenziamenti sono aumentati di oltre il 200% rispetto al mese precedente e di quasi il 120% su base annua, il peggior dato dal 2009. E buona parte di questi tagli è attribuita all’intelligenza artificiale e all’automazione.
L’umano, oggi, rischia di diventare eccedente: non più sfruttato nel senso classico del termine, ma produttivamente inutile.
L’umano, oggi, rischia di diventare eccedente: non più sfruttato nel senso classico del termine, ma produttivamente inutile. Smettere di lavorare non significa solo perdere uno stipendio, ma anche perdere il linguaggio stesso con cui abbiamo imparato a descriverci, soglia ancora più radicale della disoccupazione stessa. E l’idea di un reddito universale affronta soltanto una parte della questione e, probabilmente, neppure la più spinosa: garantire un flusso minimo di risorse risolve (forse) il problema della sopravvivenza, ma lascia insoluto quello del significato. I sempre più frequenti gesti di tecnosabotaggio e le micro-resistenze all’adozione dell’AI sembrano allora meno una lotta luddista e più un tentativo (umano, troppo umano) di costruire una nuova grammatica dell’esistenza.
Eppure è proprio in questa eccedenza che potrebbe nascondersi una possibilità inattesa: se il lavoro ha funzionato per secoli come vincolo identitario, allora la sua progressiva dissoluzione potrebbe tradursi in una forma di liberazione, ma soltanto a patto che l’homo post laborem sia disposto a rinegoziare le categorie con cui misura il proprio valore: relazioni, conoscenza, contemplazione, cura, presenza, esperienza, comunità.
In fin dei conti, si tratta soltanto di riformulare quella domanda della buonanotte.
Non più Cosa vuoi fare da grande?
Ma Chi vuoi essere?





