Idee

Buddhisti innamorati

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Gli esseri umani sono animali sociali. Viviamo in gruppo. Ci prendiamo cura della prole per anni. Collaboriamo tra di noi (a dispetto di quello che succede in parlamento). Soprattutto, abbiamo rapporti duraturi con altri esseri umani, quelli che i biologi chiamano legami di coppia a lungo termine.

Alcuni di questi legami di coppia, com’è facile osservare, sono più sani di altri. Ed è qui che entra in gioco la scienza delle relazioni. Gli studiosi che si occupano delle relazioni studiano come costruire e mantenere relazioni forti e intime, e conducono esperimenti di laboratorio per comprendere i fattori che permettono a una relazione di fiorire, o che al contrari  la  portano ad appassire.

In questi ultimi anni, alcuni ricercatori che operano nel campo della scienza delle relazioni, e noi tra questi, hanno potuto trovare ispirazione in una risorsa inattesa: il buddhismo. Se diciamo che si tratta di una risorsa «inattesa», è perché uno dei principi fondamentali del buddhismo consiste nel lasciar andare gli attaccamenti forti, è una relazione è un forte attaccamento per definizione. Com’è possibile conciliare questi opposti? E cos’ha da dire la scienza sulla questione?

Cominciamo da alcune nozioni di base riguardo alla biologia. In una relazione sana, ci si sente bene quando il partner è presente. Nulla di nuovo sotto il sole. Forse però non tutti sanno che questo benessere deriva dal fatto che i partner regolano vicendevolmente il loro sistema nervoso.

Il processo inizia dal cervello. Contrariamente a quanto si crede, l’attività più importante del cervello non è pensare. È mantenere tutti i sistemi biologici del corpo, in modo che gli organi, gli ormoni e il sistema immunitario funzionino in modo efficiente e rimangano in equilibrio. Il cervello svolge questo compito prevedendo e soddisfacendo i bisogni corporei 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Se abbiamo bisogno di alzarci, per esempio, il cervello prevede e produce una variazione (auspicabilmente) appropriata della pressione sanguigna per non farci svenire. Se il cervello prevede una carenza di sali, induce un desiderio di cibi salati. E così via.

Questo processo ininterrotto è per il corpo una sorta di gestione del budget. È come un bilancio finanziario, in cui bisogna tener traccia delle entrate e delle uscite per cercare di rimanere solvibili. Il cervello fa la stessa cosa, ma al posto del denaro mette in bilancio risorse come acqua, sale e glucosio. Se un bilancio finanziario va in rosso (ad esempio, quando si accende un prestito per acquistare un’auto), si deve restituire ciò che si è preso in prestito e, se tutto va bene, nel tempo il bilancio rimane per lo più in equilibrio. Lo stesso vale per il bilancio del corpo: si può correre in gara fino allo sfinimento, ma poi bisogna reintegrare o «ripagare» le risorse riposando, mangiando e bevendo. In termini scientifici, questo equilibrio si chiama allostasi. L’obiettivo del cervello è dunque mantenere in equilibrio il bilancio corporeo più a lungo possibile e di ripagare i debiti via via contratti. Questo processo deve essere rapido ed efficiente, perché per il cervello il ripianamento stesso del bilancio è di per sé un’attività che comporta un costo energetico.

Ed ecco la parte più interessante: contribuiamo anche a equilibrare il bilancio del corpo degli altri. Gli adulti che si prendono cura di un neonato, ad esempio, regolano il suo bilancio corporeo dandogli da mangiare, coccolandolo e parlandogli. Gli insegnano ad addormentarsi al momento giusto. Giocano con il bambino, gli leggono delle storie. Queste attività assicurano il bilancio corporeo di cui ha bisogno il suo cervello per svilupparsi normalmente. Questa è la base biologica dell’attaccamento tra il bambino e chi se ne prende cura. Il bambino sviluppa così la capacità di regolare autonomamente il proprio sistema nervoso e di bilanciare il proprio bilancio corporeo, ma il bilancio corporeo comunitario non cessa mai del tutto.

L’attaccamento tra adulti funziona in modo simile. In genere siamo in grado di vestirci e nutrirci autonomamente, e sappiamo quando indossare un maglione per regolare la temperatura, ma dobbiamo anche fare i conti con le esigenze di un lavoro, la mancanza di sonno e di tempo per fare esercizio fisico, la tendenza a mangiare pseudo-cibo, o forse le condizioni di rumore e sovraffollamento in cui ci troviamo a vivere o lavorare, o ancora il fatto che ogni tanto un idiota ci taglia la strada. Gestire un bilancio corporeo in questo mondo è un compito monumentale. Per questo abbiamo bisogno di altre persone intorno a noi che ci aiutino a mantenere il nostro budget solvibile e a rimanere in salute.

Un cervello solo e solitario spende una tale
quantità di risorse nel tentativo di mantenersi
in equilibrio che finisce per registrare
un deficit a lungo termine.

Qual è allora il costo di non avere legami sani con altre persone? Uno studio sulla solitudine offre una risposta inequivocabile: tra gli intervistati, chi ha dichiarato di essere socialmente isolato al momento della ricognizione iniziale, presentava un rischio di morte più elevato del 30% sette anni dopo. Si tratta di un rischio superiore a quello di morire per una malattia ben nota come l’obesità. Un cervello solo e solitario spende una tale quantità di risorse nel tentativo di mantenersi in equilibrio che finisce per registrare un deficit a lungo termine. In questo quadro, il cervello comincia a trattare il corpo come se fosse malato. Se questo processo si protrae abbastanza a lungo, viene coinvolto anche il sistema immunitario e tra le ricadute può esservi l’insorgenza precoce di diabete, malattie cardiache, depressione, cancro o altre malattie legate al metabolismo.

Le relazioni sane aiutano a vivere più a lungo. I partner regolano inconsciamente il sistema nervoso l’uno dell’altro, con un vantaggio reciproco. I battiti cardiaci si sincronizzano. Allo stesso modo la respirazione. E si allineano anche gli ormoni. Nei momenti di stress, un abbraccio, una leggera carezza o una parola gentile da parte del partner aiutano ad alleggerire il carico del bilancio corporeo. La condivisione di questo fardello è la base biologica dell’attaccamento.

La cosa migliore per il nostro sistema nervoso, insomma, è la presenza di un’altra persona. Purtroppo, la presenza un’altra persona è anche la cosa peggiore. Una relazione malsana può mandare all’aria il bilancio del corpo e, con questo, la salute e la vita. Che cosa rende una relazione sana o malsana, allora, e come si fa a mantenerla? Il buddhismo offre delle linee guida su come trattare il partner (e se stessi) per ridurre al minimo la sofferenza. La logica non è semplice e richiede alcune spiegazioni, per cui può essere utile ricapitolare alcuni punti.

Il buddhismo esiste da migliaia di anni. Alcuni lo considerano una religione, altri un insieme di principi utili per vivere bene. In ogni caso, milioni di persone nel mondo occidentale hanno maturato la convinzione che non è necessario essere buddhisti per comprendere alcune idee portanti del buddhismo e metterle in pratica. Vari libri propongono un approccio pratico al buddhismo per essere più felici, più sani e più consapevoli. Ma il buddhismo non è solo quella cosa per cui finisci per comprarti un cuscino da meditazione. Può svelarci dei segreti sorprendenti per una relazione più soddisfacente e di qualità.

Un’idea chiave del buddhismo è che tutto cambia costantemente. Qualsiasi oggetto, anche un tulipano rosso in giardino, si trasforma attimo dopo attimo. I colori mutano a seconda della luce. La lucentezza stessa dei petali cambia a seconda dell’umidità dell’aria. Se cresce nel punto sbagliato, per esempio in un orto, smette di essere un fiore e diventa un’erbaccia. Il tulipano, insomma, non ha un’essenza unica e immutabile. Lo stesso vale per noi. Siamo esseri reali – esistiamo – ma, da una prospettiva buddhista, non abbiamo un’identità intrinseca e separata da ciò che accade intorno a noi. La nostra identità è costituita in parte nel presente dalla nostra situazione.

Credere di avere un «sé» unico, coerente, immutabile, un centro che ci definisce in modo distintivo, è dunque la convinzione che secondo la filosofia buddhista sta alla base della sofferenza umana. Qui la sofferenza non è solo un disagio fisico, come avere l’influenza o chiudersi la mano in una porta. La sofferenza è qualcosa di personale: ci affanniamo per evitare di sentirci in qualche modo difettosi. Ci preoccupiamo costantemente della nostra reputazione o di non essere all’altezza di standard stabiliti dagli altri. In questo senso, credere di avere un unico vero sé è peggio di una malattia fisica passeggera: è un’afflizione duratura (tradotto: un bilancio corporeo cronicamente squilibrato).

Molti vivono credendo di avere un’identità di base immutabile. Di solito pensano che anche i loro amici, familiari, conoscenti e amanti abbiano un’identità duratura. Non c’è da stupirsi, perché è questo il modo in cui di solito tendiamo a parlare di noi stessi. A un appuntamento, ci facciamo a vicenda delle domande su come siamo. Nei colloqui di lavoro, la domanda classica è: «Mi parli di lei». Milioni di sondaggi che troviamo online e sulle riviste ci chiedono di descriverci: sei un introverso o un estroverso? Sei un tipo da cani o da gatti? Quando rispondiamo a questo tipo di domande, cerchiamo quasi sempre di far emergere le caratteristiche immutabili di un’identità centrale e duratura.

Il buddhismo ci avverte che questo sé duraturo è un’illusione. Il nostro «io», invece, dipende dal contesto. È normale essere amichevoli in una situazione, timidi in un’altra e scortesi in un’altra ancora. Quando ci si aggrappa alla finzione di avere un sé reale, duraturo e solido –  la cosiddetta «reificazione del sé» – questa è la premessa di una vita infelice. Desideriamo le cose materiali che rafforzano questa finzione. Desideriamo la ricchezza. Desideriamo il potere. Ci aggrappiamo ai complimenti e alle lusinghe degli altri, anche quando sono bugie. Il vero problema, però, non è che gli altri ci ingannano, ma che siamo noi a ingannare noi stessi. Queste voglie sono come delle manette d’oro: procurano un piacere immediato ma, rafforzando l’illusione dell’io, ci intrappolano procurandoci una sofferenza persistente, emozioni negative e la schiavitù di un’esistenza fragile e fittizia.

La meditazione di consapevolezza permette insomma di spezzare l’illusione che gli oggetti,
le altre persone siano uguali
momento per momento, e persino noi stessi.

Nel buddhismo, uno dei principali strumenti per evitare la reificazione del sé (o degli oggetti del mondo) è la meditazione di consapevolezza. Secondo alcune scuole filosofiche buddhiste, infatti, ogni esperienza umana può essere scomposta nei suoi elementi di base, un po’ come gli «atomi» che compongono gli oggetti del pensiero, del sentire e della percezione. Coltivare la saggezza, in termini buddhisti, significa dunque sperimentare direttamente questi elementi di base, senza la nebbia delle brame e dei desideri che accompagnano la credenza in un sé immutabile. La meditazione di consapevolezza permette insomma di spezzare l’illusione che gli oggetti, le altre persone siano uguali momento per momento, e persino noi stessi. Questo permette di vedere le cose come sono veramente, sperimentando ogni momento come sensazione grezza, senza aggiungere nulla al di là del momento stesso.

Per esempio, se troviamo un tulipano invasivo nell’orto, potremmo essere tentati di sradicarlo o di raccoglierlo per regalarlo al nostro partner. In ottica buddhista, questo significa che vediamo il tulipano attraverso il filtro dei nostri bisogni e dei nostri desideri, che sono legati all’idea illusoria del sé. Per vedere il tulipano com’è veramente, bisogna lasciare andare la narrazione del tulipano incentrata sul sé – il fiore non è al suo posto, o quanto piacerebbe al nostro partner – e fare esperienza del tulipano in un modo che non sia legato ai nostri bisogni. Osserviamo la bellezza dei colori. Ci lasciamo impressionare dalla potenza della natura. Abbracciamo il paradosso di un fiore che prospera tra i legumi: apprezzo il tulipano perché è lì, non perché ci sono io. Nella filosofia buddhista, questo è un aspetto chiave della saggezza.

Che cosa significa questa saggezza nella pratica? Ci permette di accedere alla nostra esperienza con più chiarezza. Quando siamo infuriati, con il cuore che batte all’impazzata e la fronte imperlata di sudore, è facile farci prendere dalla storia di quella furia e farla crescere alimentandola. Ma la meditazione può aiutarci a considerare il battito cardiaco e la sudorazione come sensazioni puramente fisiche, e a lasciare che la rabbia si dissolva. In termini buddhisti, questo significa decostruire la rabbia – e il sé illusorio – nei suoi elementi di base, guadagnando al contempo in saggezza. Non che decostruire il sé sia facile: possono volerci anni (basta chiedere a un monaco buddhista), ma, con la pratica, è possibile.

Un’altra applicazione pratica di questa saggezza è il semplice riconoscimento del cambiamento. Osservando attentamente il tulipano possiamo notare un cambiamento costante, e questo vale anche per noi stessi. Così, per esempio, un giorno possiamo essere scrupolosi e onesti, e il giorno scorretti e infidi: nessuna delle due cose rappresenta il nostro vero sé, per la semplice ragione che non ne abbiamo uno. Siamo semplicemente configurati in modo diverso in diverse situazioni. Vedere le cose in quest’ottica può aiutarci a coltivare la compassione verso noi stessi quando ci comportiamo male o commettiamo degli errori. Non siamo intrinsecamente persone cattive: ci siamo solo comportati male in un determinato contesto.

L’idea di un sé in continua evoluzione trova continuità nella psicologia moderna. A volte ci identifichiamo con la nostra carriera. Siamo l’amico. Siamo il genitore, il figlio, il partner. Possiamo essere il musicista, l’artista, il cuoco, il tuttofare. A volte siamo solo un corpo. Gli psicologi sociali inquadrano questa diversità nella teoria dei «sé multipli», basata sulle pionieristiche ricerche condotte negli anni Ottanta dalla psicologa sociale Hazel Rose Markus, che ha dimostrato che abbiamo tutti un repertorio di sé diversi per diverse occasioni.

Ora, tutte queste idee si applicano non solo al proprio sé, ma anche a quello degli altri. Quando reifichiamo qualcun altro, scambiamo la persona che è con noi nel momento presente con una persona che ha una sua durata nel tempo, senza cambiamenti. Così, «il mio ex psicopatico, quello con cui uscivo l’anno scorso» è uno «psicopatico» e un «ex» ancora e per sempre. In questa mentalità si può dunque vedere una barriera alla compassione che aumenta la sofferenza nel mondo. Il buddhismo ci esorta invece a cercare di vedere gli altri per come sono realmente, anche quella pazza o quel pazzo della nostra o del nostro ex. Se non li reifichiamo nei termini dei nostri bisogni personali – pensiamo al tulipano – è più facile avere compassione per loro. E questo ci permette di ridurre la loro sofferenza, e anche la nostra.

A prima vista, il buddhismo può sembrare in contrasto con l’evidenza scientifica secondo cui le persone sono animali sociali. Sappiamo che un forte attaccamento agli altri è vitale per la salute: senza, ci si consuma e si muore prima. Il buddhismo, invece, vede nelle relazioni che comportano forti legami una potenziale fonte di problemi, proprio perché questi legami ci rendono difficile vedere noi stessi e gli altri con chiarezza. Ma, paradossalmente, il pensiero buddhista offre anche dei suggerimenti convincenti per costruire e mantenere legami sani, che trovano eco nelle nuove scienze delle relazioni.

Il primo suggerimento è di non reificare il proprio partner. Non è raro sentire ad esempio un’amica lamentarsi del partner (o dell’ex), dicendo: «Non è l’uomo che pensavo», o «È cambiato, è una persona diversa». In termini buddhisti, la nostra amica sta soffrendo perché ha reificato il suo partner al servizio della reificazione di sé stessa. È una storia comune. Due persone si incontrano, si conoscono e provano forti sentimenti l’una per l’altra sulla base di questa conoscenza. Nell’ottica delle neuroscienze, i forti sentimenti per un’altra persona sono sempre accompagnati da una credenza su come sia l’altra persona. Queste credenze, che i neuroscienziati chiamano previsioni, agiscono come un filtro attraverso cui impariamo a conoscere l’altra persona e a farne esperienza in base ai nostri bisogni. Sono dunque questi filtri che ci portano a reificare il nostro io fittizio e il nostro partner.

La filosofia buddhista offre un’altra strada. La passione, il desiderio e l’intensità dei sentimenti non sono necessariamente negativi se possiamo sfruttarli per capire chi è l’altra persona: non un sé immutabile, ma un individuo in una determinata situazione. Che nascano pure sentimenti forti, ma lasciamo andare la narrazione del nostro partner (resistendo cioè alle previsioni) che li accompagna. Accogliamo invece i sentimenti come un segnale per capire chi è il partner in questo momento, nel momento stesso. Siamo aperti a imparare qualcosa di nuovo (o, come dicono i neuroscienziati, a imparare gli «errori di previsione»).

La scienza delle relazioni suggerisce che le relazioni romantiche sono più sane quando i partner si vedono l’un l’altro in una luce irrealisticamente positiva. Questo fenomeno, detto «illusione positiva», consiste nell’esagerare o addirittura immaginare le qualità positive del partner. Stranamente, è stato dimostrato che le illusioni positive possono rafforzare le relazioni sane. Le coppie in cui i partner si idealizzano reciprocamente si sentono più soddisfatte della loro relazione. In una prospettiva buddhista, tuttavia, questo tipo di illusioni emerge di solito dal bisogno di aggrapparsi al proprio senso reificato di sé. A lungo andare, possono portare ad aspettative irrealistiche e a delusioni. Si può allora provare ad accentuare gli aspetti positivi senza coltivare illusioni. Nel matrimonio, ad esempio, siamo più soddisfatti della relazione quando il partner vede in noi virtù che noi stessi non sapevamo di avere. Un modo semplice, è considerare i gesti del partner nella luce più caritatevole.

Ad esempio, supponiamo che l’altra persona non badi ai dettagli e infili la roba nel frigo a caso senza curarsi del rischio di rovesciare qualcos’altro. Potremmo attribuire questo comportamento alla stupidità, o vederlo nei termini del disagio che ci provoca, o addirittura farne l’ingrediente di un’illusione positiva («È un genio distratto»). Oppure potremmo inquadrare questo comportamento in una luce più caritatevole: il nostro coniuge ha molte cose per la testa oppure sta invecchiando. Potremmo persino considerare la disattenzione del nostro coniuge come una qualità positiva, per esempio se non ha fatto caso a quel nuovo rotolino di ciccia che abbiamo sulla pancia.

Quando vediamo le azioni del partner sotto una luce caritatevole, non stiamo creando una finzione, ma stiamo riconoscendo le molte possibilità di significato delle sue azioni. Come il tulipano, anche il nostro partner è in continua evoluzione.

Ma cosa succede se i problemi con il partner sono più seri di una zuffa su come mettere la roba in frigo? Cosa succede se il partner fa dei commenti sprezzanti nell’intento di farci soffrire o addirittura è violento? Prima di tutto, bisogna assicurarsi di essere fisicamente al sicuro. Il buddhismo non insegna affatto a starsene lì e accettare tutto con consapevolezza. Chiarito questo, il buddhismo offre però una prospettiva su cosa fare dopo. I partner che si lasciano andare a comportamenti violenti cercano di raggiungere un qualche obiettivo, e spesso cercano di sentirsi meglio, di rafforzare l’autostima e di reificare il proprio io. Sono confusi su come alleviare la propria sofferenza. Se comprendiamo la radice della loro aggressività, è più facile suscitare compassione ed empatia nei loro confronti. Compassione non significa accettare di essere un sacco da boxe. Ma ci dà spazio per considerare il modo migliore per evitare che gli altri ci facciano ancora del male, e che continuino a fare del male anche a se stessi.

Un ottimo esempio è un episodio accaduto nel dicembre del 2017, quando l’attrice Sarah Silverman è stata trollata su Twitter da un certo Jeremy Jamrozy, che le ha dato della «troia». Invece di rispondere per le rime o ignorare il tweet, la Silverman ha risposto con compassione. Ha letto il profilo Twitter di Jamrozy e ha intuito che si comportava in modo offensivo perché soffriva molto per un trauma alla schiena. Ha avviato una conversazione con l’uomo, che si è scusato, e lo ha aiutato a trovare uno specialista. La storia è diventata virale e Jamrozy ha lanciato una campagna di crowdfunding per le sue spese mediche di 150 dollari. La campagna ha raccolto più di 4.500 dollari, e tutto questo perché Silverman si è presa il tempo di capire i sentimenti che si celavano dietro l’insulto. Per litigare ci vogliono almeno due litiganti, quindi se ci rifiutiamo di litigare, il conflitto si spegne e nasce l’opportunità di prosperare.

Saggezza significa anche sapere
quando lasciare andare una relazione.

Naturalmente, la compassione a volte non basta per aiutare gli altri a uscire dal labirinto della loro confusione. Saggezza significa anche sapere quando lasciare andare una relazione. Un approccio buddhista consiste allora nel separarsi senza rabbia e sentimenti di vendetta. La rabbia è una forma di ignoranza della prospettiva dell’altro. Se non possiamo dissolvere la rabbia con un’iniezione di consapevolezza, cerchiamo almeno di coltivare un po’ di compassione per noi stessi.

Il secondo suggerimento ispirato al buddhismo per una relazione sana è non vedere il partner solo in termini di sé stessi. Probabilmente conosciamo persone che credono di essere il centro del mondo. Fanno le cose per gli altri solo perché questo gli permette di ottenere ciò che vogliono loro. Ad esempio, ci viene offerto un nuovo lavoro, e il nostro partner ci spinge a negoziare uno stipendio più alto non per la nostra felicità, ma perché siamo il suo bancomat. Nella reificazione di sé, il partner ci tratta come un oggetto. In una relazione più sana, ci vedrebbe come una persona che ha pensieri, sentimenti, esperienze e bisogni propri che sono importanti per noi. Va bene guadagnare meno se il lavoro è più soddisfacente. Questa mentalità, che nella scienza delle relazioni si chiama «responsività», mostra compassione nei nostri confronti e, in ultima analisi, riduce la sofferenza per noi e per il nostro partner.

Il terzo suggerimento ispirato alle idee buddhiste è che le relazioni sono costruite da due persone in sincronia. In questo senso possiamo parlare di mutualità (o karma condiviso): due persone possono avere intenzioni e azioni comuni che portano a conseguenze comuni. Nella scienza delle relazioni, la mutualità è chiamata «interdipendenza degli obiettivi».

Nelle relazioni sentimentali la mutualità è benefica. Per esempio, supponiamo che il partner si avvicini alle nostre spalle e ci massaggi le spalle. Forse il gesto significa che è grato di stare con noi o che vuole semplicemente starci vicino. O forse è una richiesta di sesso. In ogni caso, finché concordiamo con il partner sul significato del gesto – gratitudine, vicinanza, desiderio – stiamo costruendo la nostra relazione insieme. Nell’ambito delle neuroscienze, mutualità significa che le previsioni del nostro cervello e quelle del cervello del nostro partner in quel momento sono compatibili.

Essere d’accordo, però, non basta se il partner ci reifica: se è possessivo anziché grato, o ci tratta come oggetti anziché cercare una connessione. Questi significati non hanno nulla a che fare con l’altro in sé e ruotano tutti intorno ai desideri di chi compie il gesto. Anche se c’è accordo, la relazione è comunque a rischio. Reciprocità significa creare una storia insieme, condividendo esperienze in cui i due partner sono più che semplici personaggi l’uno nella narrazione dell’altro.

Insieme ai nostri colleghi Christy Wilson-Mendenhall dell’Università del Wisconsin-Madison e Paul Condon della Southern Oregon University, studiamo le coppie per esplorare le connessioni tra buddhismo, legami e bilancio del corpo. Nell’interazione di coppia, quanto spesso i partner si prendono cura l’uno dell’altro momento per momento? E nei momenti in cui riescono a prendersi cura l’uno dell’altro, questo porta a una maggiore gentilezza, alla compassione e a una relazione più sana? E qual è l’impatto sull’equilibrio del bilancio corporeo dell’altro?

Nel buddhismo troviamo una fonte stimolante di ispirazione per costruire e mantenere relazioni significative, e per l’avanzamento dei nostri studi. Per riprendere le parole di Hazel Rose Markus: «Non si può essere un sé da sé».

Idee

  • è professoressa di Psicologia presso la North- eastern University di Boston, dove inoltre dirige l’Interdisciplinary Affective Science Laboratory. È autrice di How Emotions Are Made (2017) e di numerosi articoli pubblicati su Science e Nature.

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