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Illustrazione di Felix Petruška

Braccialetto tibetano: protezione e spiritualità nel buddhismo

Tempo di lettura: 2 minuti

Il braccialetto tibetano generalmente a filo rosso è noto anche come Dorjeakar o braccialetto del karma. Realizzato con fili di cotone o lana, può essere rosso, arancione, o un intreccio di rosso, verde, arancione e bianco. Il colore rosso ha un significato profondo nelle culture asiatiche e in particolare nel buddhismo, dove rappresenta protezione, forza interiore e compassione. 

Il nome Dorjeakar, molto meno noto, significa vajra bianco in tibetano. Il vajra è un antico simbolo del buddhismo tantrico che rappresenta la forza spirituale indistruttibile, come un fulmine che dissolve l’ignoranza. Il “bianco” richiama invece la purezza della mente illuminata. Insieme, evocano l’idea di una protezione potente ma pacifica, che guida chi lo indossa verso chiarezza e consapevolezza.

Da dove arriva

Il braccialetto rosso ha origini antiche che risalgono all’India, dove veniva usato nei rituali vedici come simbolo di protezione e benedizione. Questo uso venne ripreso e adattato dal buddhismo.

A introdurre davvero il braccialetto nel cuore della pratica buddhista furono i maestri tantrici del buddhismo tibetano, a partire dal VII secolo. Durante rituali di iniziazione e purificazione, intrecciavano un filo rosso e lo benedicevano con un mantra, trasformandolo in un sigillo energetico della pratica. Da allora è diventato parte integrante dei rituali tibetani, come segno visibile di protezione e connessione spirituale. Col tempo, la tradizione si è diffusa anche fuori dal Tibet, mantenendo intatto il suo significato profondo.




Durante rituali di iniziazione e purificazione, intrecciavano
un filo rosso e lo benedicevano con un mantra, trasformandolo
in un sigillo energetico della pratica.

Perché indossarlo

Il braccialetto rosso viene indossato principalmente per la protezione spirituale. Si crede che tenga lontane le energie negative, purifichi il karma e protegga da ostacoli interiori ed esterni. Benedetto con mantra e preghiere durante rituali specifici, diventa un talismano carico di energia spirituale. Alcuni praticanti lo considerano un aiuto per rafforzare i propri intenti e mantenere un legame costante con il percorso buddhista.

Chi lo indossa

Il braccialetto è indossato sia da monaci che da laici, come simbolo di connessione spirituale e protezione. Viene spesso donato durante cerimonie religiose, come le iniziazioni o particolari benedizioni e rappresenta per qualcuno un promemoria tangibile del proprio percorso di crescita interiore.

Il braccialetto si lega al polso sinistro perché, secondo la tradizione buddhista, è il lato “ricevente” del corpo: da lì entrano le energie spirituali, le benedizioni e la protezione. Indossarlo su quel lato significa aprirsi alla connessione con il sacro e lasciar fluire dentro di sé l’intento della pratica.

E quando si spezza?

Quando il filo si spezza allora il braccialetto ha assolto la sua funzione protettiva, schermando chi lo indossava da un pericolo o da una energia negativa. In quel momento, il braccialetto viene sostituito con uno nuovo, spesso nuovamente benedetto da un maestro spirituale. La durata e la condizione del braccialetto sono quindi considerate indicatori del suo potere e della sua efficacia spirituale.



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