Un estratto di Aurora di Kim Stanley Robinson, un romanzo di fantascienza che analizza lo sviluppo di una società all’interno di un’astronave generazionale.
Le serate a casa sono le più belle. La giornata all’asilo è finalmente terminata. Tolte le ore di sonno, Freya passa più
tempo a scuola con i bambini che con i genitori; all’asilo si annoia a morte: parlare, discutere, litigare, leggere da sola,
fare un pisolino. Gli altri bambini sono tutti più piccoli di lei ormai, è imbarazzante. Li ha superati da un bel pezzo.
Quando pensano che lei non li senta, la prendono in giro. Stanno attenti perché, una volta che lei li ha sorpresi a farebattute sul suo conto, li ha raggiunti di corsa, ne ha buttato a terra uno e lo ha picchiato mentre quello cercava di proteggersi con le braccia. Si è messa nei guai e da allora loro sono cauti nei suoi confronti, e Freya passa quasi tutto il
tempo per conto suo.
Adesso però è a casa e va tutto bene. In genere è Badim che prepara da mangiare e spesso invita gli amici a bere
qualcosa dopo cena. Confrontano le bevande che hanno prodotto, il vino bianco di Delwin e i vini rossi di Song e
Melina, giudicati sempre eccellenti, soprattutto da Song e Melina. In questo periodo Badim invita anche il nuovovicino, Aram. È un uomo alto, più anziano degli altri, dicono che è “vedovo” perché gli è morta la moglie. È una persona importante non solo in Nuova Scozia ma in tutta la nave, perché è il responsabile del gruppo dei matematici,
che non è né numeroso né molto conosciuto, ma – a detta di Badim – è importante. Freya lo trova arcigno, perché è silenzioso e severo, ma a suo padre sta simpatico. Sta simpatico pure a Devi. Quando parla di lavoro con Aram, Devi non è tesa, il che è molto insolito. Lui produce brandy anziché vino.
Dopo le degustazioni, parlano o giocano a carte, oppure recitano poesie che hanno imparato a memoria o le inventano sul momento. Badim invita solo le persone che gli stanno simpatiche, osserva Freya. Devi se ne sta perlopiù seduta
in silenzio in un angolo e sorseggia un calice di vino bianco senza mai finirlo. Un tempo giocava a carte con loro, ma
una volta Song le ha chiesto di leggergli i tarocchi e Devi si è rifiutata. «Non lo faccio più» ha detto in tono fermo. «Ero troppo brava.» A quelle parole era seguito un silenzio tombale. Da quella volta non gioca più insieme a loro. Tuttavia,
quando non hanno ospiti, continua a fare castelli di carte sul pavimento della cucina. Quella sera, Aram dice che ha imparato a memoria una nuova poesia, si alza in piedi e chiude gli occhi per recitarla:
Quant’è felice il sassetto
Che girella sulla strada solo soletto,
E della carriera non si cura
E delle urgenze non ha paura…
Nel suo manto d’un semplice antrace
Lo avvolse un universo fugace,
E come il sole non ha bisogno di nulla:
Brilla solo o con altri si trastulla,
Obbedendo a un’assoluta autorità
Con disinvolta semplicità…
«Non è meravigliosa?» chiede.
Badim risponde «Sì» e al tempo stesso Devi dichiara:
«Non l’ho capita». Gli altri scoppiano a ridere. Quella combinazione di risposte si verifica alquanto spesso.
«Siamo noi» spiega Aram. «La nave. Le poesie di Emily Dickinson parlano di noi.»
«Ma come ti viene in mente?» sbotta Devi. «Delle urgenze non ha paura? Disinvolta semplicità? No. Assolutamente no. Noi non siamo un sassetto sulla strada. Magari fosse così.»
«Eccone un’altra» si affretta a dire Badim. «L’ha scritta Bronk, il fratello minore di Emily:
In qualche modo, la vita ci ha portati dove siamo
E noi siamo servi e sudditi, sotto il giogo delle sue leggi
Nei suoi numerosi eserciti, reclute e generali.
Talvolta presi dalla rabbia, vogliamo andarcene,
O prendere il potere, con un colpo di Stato. Nonostante l’apparente assurdità di questo desiderio,
Potremo mai essere liberi dalle nostre stesse tirannie?
Come soldati pigri, ci rialziamo ed eludiamo le regole.»
«Accipicchia» dice Devi. «Questa sì che la capisco. Adesso riduci questi versi a un distico.»
Quello è un altro dei loro giochi. Inizia Badim, come al solito.
Contro le nostre vite vorremmo ribellarci,
ma la paura del fallimento finisce per bloccarci.
Aram accenna un sorriso, scuote la testa. «Un po’ tirata per i capelli» commenta.
«Allora facci vedere cosa sai fare tu» dice Badim. Ai due uomini piace punzecchiarsi.
Aram ci pensa un po’ su, poi si alza in piedi e declama:
Dei problemi che causiamo la vita incolpiamo,
minacciamo di cambiare, ma non ci crediamo;
fra lamenti e brontolii, diciamo che va tutto male,
poi ci rialziamo e di nuovo è tutto normale.
Badim sorride, annuisce. «Okay, quasi due volte meglio.»
«Ma era due volte più lunga!» protesta Freya.
Badim sorride. Allora la ragazza capisce e ride con loro. La volta successiva, quando Euan e la sua piccola banda si
avvicinano di nuovo a Freya nel parco, lei raccoglie un sasso e lo tiene stretto nella mano in modo che lui possa vederlo. «Voi non siete davvero selvaggi» dice Freya. «Con la vostra misera tana sotto terra mi fate ridere. Abbiamo tutti un chip sottopelle, ce lo impiantano appena nati. Possiamo nasconderci quanto ci pare, la nave sa sempre dove siamo.»
Euan ha sempre la faccia da volpe, anche con la bocca pulita. «Vuoi vedere la cicatrice del mio chip? Ce l’ho sulle
chiappe…»
«No» risponde Freya. «Che vuoi dire?»
«Noi il chip ce lo siamo tolto. Devi farlo anche tu se vuoi unirti a noi. Impianteremo il tuo chip a un cane che
vive nel tuo palazzo, e ora che se ne accorgono te ne sarai già andata da un pezzo. Non ti troveranno più.» Fa un sorriso enorme. Sa che lei non farà mai una cosa del genere. Neanche lui l’ha fatto, intuisce Freya.
Scuote la testa. «Che paroloni per un poppante! La prima volta che ti beccano e controllano la tua identità, sei fritto.»
«È vero. Dobbiamo stare attenti.»
«Allora perché parli con me?»
«Non credo che lo dirai a nessuno.»«L’ho già detto a mio padre. Lui è nel consiglio di sicurezza.»
«E…?»
«E non pensa che tu sia un problema.»«Infatti non lo siamo. Non vogliamo rovinare nulla. Vogliamo solo essere liberi.»
«Auguri.» Pensa a Devi ora, al fatto che la cosa che più fa arrabbiare sua madre è l’idea che – qualunque cosa facciano – siano tutti in trappola. «Io sto bene dove sto, non voglio andarmene.»
Lui la fissa, con il suo sorriso da volpe. «Su questa nave succedono molte più cose di quanto pensi. Vieni con noi e vedrai. Una volta che ti sei tolta il chip, potrai fare un sacco di cose. Non devi andartene per sempre, non all’inizio almeno. Vieni con noi per farti un’idea. Non si tratta di scegliere tra una cosa e l’altra.» Le fa un ultimo sorriso di
superiorità, poi scappa via e gli amici lo seguono.
Freya è contenta di avere in mano il sasso. I misteri abbondano. Ogni risposta solleva altre dieci domande. Le cose cambiano a un ritmo esponenziale, comesta imparando Freya a scuola in quel periodo. Basta spostare la virgola di una posizione per avere un valore dieci volte più grande, o più piccolo. A quanto pare, quello è un altro esempio del potere ingannevole dei logaritmi: una risposta, dieci nuove domande.
Quello che trova strano è che l’assurda versione di Euan su quello che succede a bordo della nave a grandi linee è coerente con quello che dicono Badim e Devi, e spiega persino alcune cose che i suoi genitori non le hanno mai raccontato. D’altronde sono tante le cose che le tengono nascoste. Per chi l’hanno presa, per una specie di bambina da proteggere? Quanto la fa arrabbiare quell’atteggiamento. È pure più alta di Devi e Badim.
Passa ancora qualche giornata all’asilo, cerca di imparare la lezione di geometria della settimana – studia e studia, ma
senza risultato – e Devi è troppo distratta per portarla con sé al lavoro, anche nei giorni in cui dovrebbe. Perciò quan do al parco si ritrova davanti Euan e i suoi amici Huang e Jalil, Freya cerca un sasso a terra, non lo trova, stringe i pugni
e si erge in tutta la sua altezza – in effetti li sovrasta tutti –, e quando Euan si offre di accompagnarla nella zona recintata del parco, dove vivono gli animali allo stato brado – uno dei luoghi in cui si nascondono i selvaggi – lei accetta l’invito. Vuole vedere quel posto.
Li segue in una valle lunga e stretta che separa le colline a ovest del Long Pond e chiusa al pubblico da recinzioni elettrificate che corrono lungo i crinali fino ad attraversare la gola. In questo recinto di fili bianchi che vanno da un nodo all’altro sugli alberi c’è un cancello di cui Euan conosce il codice. In un attimo sono dentro e risalgono a passo svelto
seguendo quello che potrebbe essere un sentiero tracciato dagli animali, che li porta vicino a un ruscello. Intravedono in lontananza un cervo, con la testa eretta, che li guarda con la coda dell’occhio ma senza perderli di vista, la coda sollevata.
Poi si sente un grido, tutti i ragazzi scompaiono e, prima ancora di rendersi conto dell’accaduto, Freya si ritrova immobilizzata da due uomini nerboruti che la accompagnano al cancello. La stanno riportando in città, quando compare
Devi che afferra la figlia per il braccio e la trascina via. Gli uomini sono sorpresi, confusi e, quando sono ormai abbastanza lontani, Devi costringe la figlia a girarsi e a chinarsi verso di lei in modo da guardarla dritto in faccia a una manciata di centimetri – ha una forza incredibile nelle mani – e Freya riesce a vedere il bianco degli occhi intorno all’iride, come se gli occhi di Devi fossero sul punto di uscire dalle orbite mentre urla con una voce dura e stridula, una voce che le squarcia le viscere: «Non scherzare con la nave! Mai! Hai capito?».
Poi Badim la allontana, nel tentativo di separarle, ma
Devi stringe forte l’avambraccio di Freya.
«Lasciala andare!» dice Badim, in un tono di voce che Freya non ha mai sentito prima.
Devi molla la presa. «Capito?» grida di nuovo, con il viso ancora vicinissimo a quello di Freya, girando intorno
al marito come se fosse un sasso che rotola. «Hai capito?» «Sì» grida Freya, crollando fra le braccia di Badim, mentre si sporge chinandosi verso la madre per abbracciarla: Devi è molto più bassa di lei e sulle prime ha l’impressionedi abbracciare un albero. Ma dopo un po’ quell’albero ricambia l’abbraccio.
Freya reprime i singhiozzi. «Ma io non… non…»
«Lo so.»
Devi accarezza i capelli di Freya scostandoli dal viso, conespressione angosciata. «Non è successo niente. Adesso basta.»Freya è ancora terrorizzata, ma prova un’ondata di sollievo. Rabbrividisce, non riesce a togliersi dalla mente i lineamenti contorti di sua madre. Cerca di parlare, ma non esce niente.
Devi la abbraccia.«Non sappiamo nemmeno se quella zona di natura selvaggia sia importante» spiega Devi con il viso affondato nelpetto di Freya, baciandola tra una frase e l’altra. «Non sappiamo cos’è che tiene in equilibrio le cose. Dobbiamo solo stare a vedere. I luoghi in cui non c’è la presenza dell’uomo dovrebbero aiutarci a capire, è logico. È proprio per questo che dobbiamo crearli e proteggerli. Dobbiamo tutelarli. Dobbiamo continuare a osservarli. Dobbiamo osservare da vicino ciò che accade tra loro.»
«Torniamo a casa» suggerisce Badim, cingendo le spalle di entrambe. «Torniamo a casa.»




