Conservano un elemento di irriducibile conoscenza, per quanto li si esplori da molteplici angolature, gli oggetti presentati in questa rubrica di racconti dai musei, che man mano andrà a comporsi: Arte buddhista nei musei italiani, su Gate dal prossimo 16 giugno.
Più che una collezione virtuale, esposta in una serie di puntate, conviene immaginarla proprio come un racconto, una rete di immagini ricche di storie e significati, rigorosi e insieme aperti.

Lezzi
C’è innanzitutto un nesso che lega gli oggetti di questo viaggio compiuto in diverse città italiane: la comune appartenenza a musei d’arte orientale o con nuclei afferenti a tale area, geografica e culturale.
Le storie, le più diverse, che ogni oggetto della serie racconta, sono inoltre parte di un patrimonio comune, un bene collettivo, custodito all’interno di istituzioni culturali, a cui tutti possono attingere. Oggetti da contemplare e conoscere, attraverso le molte valenze che ognuno di essi può rivelare, a chiunque vi rivolga l‘attenzione.
La voce narrante che li anima è affidata, di volta in volta, a chi ne possiede una profonda competenza, che al loro studio e alla loro tutela ha dedicato la propria missione professionale: direttori, conservatori di musei, presenti su tutto il territorio nazionale.
Accanto, altre voci sono state invitate a esprimersi, come reagenti a contatto con l’ufficiale tassonomia museale che caratterizza ogni reperto selezionato. Voci chiamate a innescare interpretazioni inedite, a risemantizzare, attualizzare o lasciar parlare chi tuttora – sotto altre forme, in un’altra epoca rispetto a quella originale – ancora, di tali oggetti fa uso, o chi vi si dedica tramite paralleli studi, da ulteriori punti di osservazione.
Sono stati così interpellati maestri di Dharma, studiosi, scrittori, artisti, affinché la voce di questi attuali pezzi da museo si moltiplicasse e raccontasse nuove storie, componendo un patrimonio dalla dimensione umana, fatta di compresenze, incontri, testimonianze, ampliamenti di significato.

Un patrimonio, come bene lo definirebbe lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non inteso come riserva museale di reperti fruibili solo sul piano storico ed estetico, ma inteso come serbatoio di contenuti, simboli e significati culturali espressi in figure, eternamente rinnovabili perché contendibili» (Se amore guarda, Einaudi, 2023).
La contesa in questione ha a che fare non solo con la funzione propria dell’oggetto, attivata o disattivata nel corso di epoche, luoghi e tradizioni, ma anche con quella potenziale, viva e irriducibile narrazione che ogni oggetto, ogni pezzo di tale patrimonio, è in grado a ciascuno di raccontare.



