Quando alla vista del panorama celeste ci sovviene il detto «cielo a pecorelle, pioggia a catinelle», le pecorelle in questione sono generalmente degli altocumuli. È vero che queste nubi possono annunciare l’arrivo imminente di precipitazioni anche temporalesche, ma di per sé non producono pioggia. O meglio, la producono, ma le gocce d’acqua in genere non raggiungono il terreno. In questo caso le nuvole assumono allora un caratteristico aspetto a forma di virgola, la cosiddetta virga, che vuol dire appunto virgola in latino. In questa sesta puntata della nostra esplorazione del «meteo interiore» osserviamo dunque in che modo la contemplazione degli altocumuli può aiutarci a registrare le transizioni e le variazioni nel nostro cielo.
Un patchwork a mezz’aria
Gli altocumuli sono nubi medie che si formano in genere tra i 2000 e i 6000 metri per effetto della condensazione di sacche d’aria calda e umida. In questo caso possono presentarsi come cumuli più o meno isolati – il gregge delle pecorelle – o anche come schiere su cui si ergono torrette e merlature, nel qual caso si classificano come castellanus. Una forma particolarmente spettacolare è quella delle onde orografiche, che si sviluppano quando gli altocumuli si formano in prossimità dei rilievi.
In condizioni di relativa stabilità atmosferica, se una forte corrente d’aria si scontra con un rilievo montuoso, il flusso è portato a salire lungo il versante esposto e a ridiscendere sull’altro versante. Questo movimento prima in su e poi in giù mette in oscillazione la corrente, nel senso che l’aria continua a fare su e giù anche dopo aver superato il rilievo. E oscillando disegna una serie di onde, le cosiddette «onde orografiche». Queste onde sono invisibili come invisibile è il vento, ma come accade per il vento stesso possiamo osservarne l’effetto.
In presenza della giusta umidità e di un vento piuttosto forte, nel cielo si libreranno allora delle formazioni davvero spettacolari, degne di un’invasione aliena in stile hollywoodiano, perché vedremo una serie di dischi volanti dal profilo affusolato, e a volte, quando si tratta di duplicatus, delle astronavi madre dalla struttura avveniristica e complessa. Sono le nubi lenticolari, tipiche delle onde montane, che indicano la presenza di venti intensi negli strati medi dell’atmosfera e non danno origine a precipitazioni.

In alcuni casi le onde si propagano per decine o persino centinaia di chilometri in una lunga sequenza ordinata, con bande parallele alla catena montuosa distanziate in modo regolare. I satelliti le vedono in tutta la loro estensione, ma sono sequenze che in parte si possono osservare anche da terra, e danno l’impressione che un mare agitato si sia spostato dalla sua posizione familiare sotto l’orizzonte, e che i frangenti di questo mare vadano a bagnare una misteriosa spiaggia celeste.
Per via della loro natura dinamica, per la varietà delle loro forme e dato che a volte preannunciano il sopraggiungere di una certa instabilità, gli altocumuli sono dunque considerati dei precursori del cambiamento. Ci invitano a essere attenti e vigili, pronti ad accogliere la realtà nella sua mutevolezza.
Nuvole e mongolfiere
Montgolfier ci svelò come crear la nuvola;
audace e saggio fu l’ingegno umano,
che il vapore raccolse sotto una cupola
e col volume vinse il peso insano.
Ben presto oserà l’uom farne uso ardito:
domerà dell’aere il mobile elemento,
e il viaggio azzurro, che parea bandito,
diverrà gioco e lieve passatempo.11
MONTGOLFIER Nous apprît à créer un nuage ;
Son génie étonnant aussi hardi que sage,
Sous un immense voile enfermant la vapeur,
Par la capacité détruit la pesanteur.
Notre audace bientôt en saura faire usage :
Nous soumettrons de l’air le mobile élément,
Et des champs azurés le dangereux voyage
Ne nous paroîtra plus qu’un simple amusement.
A cavallo tra Settecento e Ottocento, la storia culturale delle nuvole – e in particolare delle nuvole degli strati medio-alti dell’atmosfera, fino ad allora inesplorati – si intreccia meravigliosamente con quella dei palloni aerostatici. Nel panorama delle grandi invenzioni del periodo, la mongolfiera nasce come curiosità tecnica, ma diviene presto uno strumento scientifico e un simbolo culturale. Dalle prime ascensioni dei fratelli Montgolfier sul finire del Settecento, l’idea di sollevarsi nell’aria grazie a un involucro gonfio di gas o di aria calda accese l’immaginazione. Non era soltanto una novità ingegneristica: per molti rappresentò un varco poetico e metafisico, un’occasione di osservare il mondo da una prospettiva radicalmente nuova. A questa suggestione si ispirò anche Edgar Allan Poe, che fece della mongolfiera un veicolo narrativo per una delle sue avventure più vertiginose, tra scienza e fantastico, The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall (1835), racconto che narra di viaggi di andata e ritorno tra la terra e la Luna a bordo di un pallone aerostatico.

Questa idea dei viaggi spaziali aerostatici non ci dice solo fino a che punto la mongolfiera fosse entrata nell’immaginario popolare dell’altrove fantastico, ma ci ricorda anche che allora non si aveva un’idea chiara di dove finisse l’atmosfera terrestre e di come i fenomeni atmosferici si manifestano negli strati più alti, difficilmente osservabili da terra. La mongolfiera divenne così uno strumento di indagine dell’atmosfera e della meteorologia. Tra i primi a intuirne le potenzialità scientifiche fu Joseph Louis Gay-Lussac, che nei primi anni dell’Ottocento salì fino a oltre settemila metri – sopra la quota degli altocumuli – per misurare la variazione della temperatura, della pressione e della composizione dell’aria. I suoi esperimenti segnarono un punto di svolta: l’atmosfera, fino ad allora studiata soprattutto da terra, si rivelò come uno spazio stratificato, complesso, accessibile solo con voli rischiosi e pionieristici.
Fu in questo solco che, a metà Ottocento, si mosse anche il meteorologo inglese James Glaisher. Le sue ascensioni in mongolfiera, spesso compiute insieme all’aeronauta Henry Coxwell, divennero celebri tanto per i risultati scientifici quanto per la drammaticità delle imprese. Le condizioni nelle quali Glaisher volava erano estreme: strumenti ghiacciati, ossigeno sempre più rarefatto, temperature proibitive. In un’ascensione del 1862 raggiunse un’altezza stimata di oltre diecimila metri, perdendo conoscenza per la mancanza d’aria mentre il pallone continuava a salire. Solo l’intervento di Coxwell, che riuscì ad aprire la valvola di sfiato con le mani ormai prive di sensibilità, riportò il pallone a quota più sicura. La storia – narrata in tono epico dallo stesso Glaisher in un volume da lui curato (James Glaisher, Camille Flammarion, W. de Fonvielle, Gaston Tissandier, Travels in the Air, a cura di James Glaisher, J. B. Lippincott, Philadelphia 1871) – divenne una delle più note e raccontate avventure dell’epoca, e a distanza di più di un secolo la ritroviamo ancora al centro di un filmone del 2019, The Aeronauts, sia pure con qualche generosa licenza narrativa.
Oltre ad alimentare il mito culturale della mongolfiera – il pallone che sale verso un cielo sconosciuto, immagine di audacia, di progresso, ma anche di fragilità umana sospesa tra terra e infinito – queste avventure consolidarono la meteorologia come disciplina sperimentale. Grazie alle osservazioni di Glaisher, infatti, si cominciarono a raccogliere dati fondamentali sulla temperatura, l’umidità e la pressione agli strati medi e alti dell’atmosfera, che diedero un contributo decisivo alla nascita della meteorologia moderna. A Gleisher dobbiamo in particolare una delle prime osservazioni ravvicinate degli altocumuli:
«Alle 09.49, raggiunte le nubi a una quota di 4467 piedi. Saliamo ancora, alle 09.51 raggiungiamo la quota di 5802 piedi, siamo usciti da questo strato di nubi, ma ancora una volta ci troviamo avvolti nei cumulostrati a una quota di 7980 metri. Il sole era molto luminoso sopra di noi, alle 09.55, causando l’espansione del gas, così che il pallone stesso ha assunto la forma di un globo perfetto. A questo punto si è presentata una vista magnifica, ma sfortunatamente non sono stato in grado di dedicarmi minimamente ai dettagli e alla sua bellezza, perché ero ancora impegnato a disporre gli strumenti nelle posizioni che dovevano avere, poi abbiamo raggiunto un’altezza che superava i diecimila piedi prima che tutti gli strumenti fossero in condizione di funzionare perfettamente. A questo punto, alle 10.02 le nubi erano bellissime e alle 10.03, a una quota di 12.709 piedi, abbiamo udito le note di una banda musicale. Alle 10.04 la terra è tornata visibile attraverso uno squarcio nelle nubi. A 16.914 piedi le nubi erano molto al di sotto di noi, si trattava di cumuli e strati, tuttavia, a una distanza che sembrava essere pari alla nostra altezza, il cielo sopra di noi era perfettamente privo di nubi e appariva di un intenso blu di Prussia» (citato in Peter Moore, La conquista della meteorologia, Nutrimenti, Roma 2018, pp. 370-1).

Altezze sconosciute
Ai primi meteorologi è bastato sollevarsi un po’ da terra in mongolfiera, come fecero i primi che poterono osservare da vicino gli altocumuli, per constatare come un semplice cambio di prospettiva può rivelare realtà finora sconosciute. Dall’alto, le forme che da terra sembrano discontinue si dispongono in un ordine inatteso, rivelando legami che al livello della visione quotidiana non sospettiamo. Comprendiamo meglio il modo in cui le cose si sostengono a vicenda. Gli intrecci della nostra vita interiore non sono tanto diversi dall’interazione di correnti, umidità, temperature e moti atmosferici.
In quota, dall’aereo o meglio ancora dal satellite, gli altocumuli non appaiono più come figure isolate, ma come parti di un sistema che trova equilibrio proprio nella sua varietà. Ci ricordano che il punto di vista da cui osserviamo le cose è importante, perché cambiano i contorni e mutano le disposizioni, ma anche che rimane una coerenza di fondo, come se ogni nube sapesse esattamente dove collocarsi nell’insieme. Se adottiamo una visione simile per esaminare i nostri stati d’animo, possiamo scoprire che anche pensieri ed emozioni seguono ritmi propri, si formano, si dissolvono, ritornano con sfumature diverse, compongono sequenze. Da vicino potremmo sentirci confusi; dall’alto, invece, riconosciamo una danza di condizioni interdipendenti che non c’è bisogno di controllare, ma soltanto osservare.
Questa visione più ampia ci invita allora a coltivare una disponibilità nuova verso la mutevolezza. Se rimaniamo al livello quotidiano del terreno, rischiamo di percepire ogni cambiamento come una minaccia, ogni turbamento come un ostacolo. Ma elevandoci per un momento, anche solo con l’immaginazione, comprendiamo che la variabilità è una caratteristica intrinseca della realtà. Accogliere ciò che muta significa anche riconoscere che non siamo entità separate dal mondo, bensì parte di una rete di condizioni che si influenzano a vicenda. Come i meteorologi sospesi tra cielo e terra, possiamo allora imparare a osservare con calma, lasciando che il panorama si dispieghi senza forzature, finché l’insieme non rivela il suo disegno.
Contemplazione
Lasciamo andare queste informazioni, lasciamole sedimentare. Che cosa ci insegnano gli altocumuli? Troviamo un punto di osservazione, alla finestra o all’aria aperta, portiamo per un momento l’attenzione al respiro, poi contempliamo.
A volte la vita interiore si presenta come un insieme variegato di pensieri e sensazioni, ognuno in movimento verso direzioni diverse. Percepiamo che qualcosa sta per mutare, non in modo improvviso, ma attraverso una costellazione di piccoli assestamenti. Forse ci interroghiamo su un cambiamento professionale, oppure avvertiamo lievi spostamenti nelle relazioni. Negli altocumuli nessuna nube prevale davvero: è la somma di variazioni minime a comporre un disegno più ampio.
Riconoscere questi piccoli «soffi» nel cielo emotivo permette di attraversare il cambiamento con maggiore agilità, senza rimanere incagliati in una sola narrazione né aspettare un evento unico e risolutivo. Vedere le cose come un mosaico favorisce la capacità di adattamento: ci aiuta ad accogliere tutto ciò che emerge per quello che è, mantenendo nello stesso tempo una visione complessiva più ampia.
Che cosa riconosciamo nel nostro meteo interiore?
Scatta una foto delle nuvole che hai osservato questo mese con una frase sulla tua contemplazione e pubblicala su Instagram con l’hashtag #MeteoInteriore. Creiamo un cloudscape condiviso da esplorare insieme!
Note
- Paul-Philippe Gudin de La Brenellerie, esergo a Barthélemy, Faujas de Saint-Fond, Description Des Expériences De La Machine Aérostatique De MM. De Montgolfier, Et de celles auxquelles cette découverte a donné lieu, Paris : Cuchet 1783
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