Sono tante le domande che attraversano ogni adolescenza, spesso in silenzio, a volte con forza. Oggi più che mai, i ragazzi e le ragazze si trovano a crescere in un contesto che chiede performance, risultati, visibilità. Un contesto saturo di aspettative e povero di ascolto. Lo spazio del divenire è una rubrica mensile che vuole aprire uno spazio di riflessione sul mondo interiore degli adolescenti. A guidarla saranno voci autorevoli della psicologia, che ogni giorno lavorano con le nuove generazioni, ascoltano le loro fragilità, ma anche le loro risorse. L’obiettivo non è offrire ricette o soluzioni pronte, ma condividere sguardi, esperienze, strumenti. Per provare a capire meglio chi sono i giovani di oggi e quali domande ci pongono, anche come adulti, educatori, genitori, cittadini.
Ad aprire il ciclo è un testo di Marco Rovelli, che affronta il tema del fallimento nella società della prestazione. Un’analisi lucida e necessaria per comprendere da dove nasce gran parte della sofferenza psichica giovanile e cosa possiamo fare, come adulti, per non alimentarla.
Imprenditori di se stessi
«Sii imprenditore di te stesso!»: questo è il comandamento fondamentale della società in cui viviamo, una società che possiamo definire mediante due suoi attributi strutturali: l’individualismo e la prestazione. È una società che pone sulle spalle dei suoi membri ingiunzioni permanenti a produrre se stessi (ovvero, a essere «performativi», prestazionali), essendo unici responsabili del proprio successo e del proprio fallimento.
Soggettivarsi è un compito difficilissimo su cui incombe sempre, in ogni ambito della vita, l’ingiunzione a essere all’altezza – di uno standard, di competenze misurabili, di un ideale di sé, di un’immagine. Ed è per questo che per i giovani, oggi, l’incubo ubiquitario è il fallimento. Essere un fallito, un perdente, un loser, è dunque non desiderabile.
Ma fallire è un’esperienza fondamentale per l’umano, perché significa sperimentarsi, crearsi, soggettivarsi appunto.
Essere all’altezza
Fallire è fondamentale per essere soggetto del proprio desiderio, e non esserne assoggettato.
Fallire, invece, diventa intollerabile quando si è continuamente valutati in base ad attese e aspettative – ciò che oggi plasma l’immaginario pedagogico-familiare, educativo, lavorativo, comunicativo, mediatico e perfino sentimentale.
È a questo dover essere sempre all’altezza e in competizione, ad esempio, che si sono sottratti i ragazzi e le ragazze che hanno scelto di non fare l’esame orale alla maturità, contestando «i meccanismi di valutazione scolastici, l’eccessiva competitività, la mancanza di empatia del corpo docente». È sempre questo dover essere sempre all’altezza che sottende il dilagare delle sofferenze psichiche giovanili, con l’ansia generalizzata, forme depressive, panico, ritiro sociale, disturbi del comportamento alimentare.
Viviamo in un mondo che potremmo dire saturo di aspettative e senza più attesa. Saturo delle aspettative che gli altri e l’Altro (ovvero la dimensione simbolica, culturale, in cui esisto) hanno su di me, e a cui devo adeguarmi, rendendo sempre più difficile dare risposta alla domanda che definisce l’adolescenza: «Chi sono io?». Domanda che appartiene a tutta la vita, e che l’umano non può evitare di porsi incessantemente, ma che nell’adolescenza è decisiva, e si pone in una relazione necessaria con un futuro da costruire e con un mondo da abitare.
Progettare un avvenire
Come si può essere felici se per prima cosa a un adolescente non è dato di provare a soddisfare quel compito evolutivo proprio della sua età che è quello di individuare – di creare – il proprio Sé? La vita è creazione, ma questa creazione è un adeguamento a una Norma a cui corrispondere o, piuttosto, è una modalità di messa in forma del mondo che parte da sé, dalla propria singolarità esistenziale? Singolarità, si badi bene, non è «individualità», perché dove l’individualità pensa un soggetto come un atomo che viene prima della relazione, la singolarità si definisce nella relazione – alla propria storia, al proprio mondo, di cui ogni Io è un precipitato.
«Il desiderio», scriveva Freud nel saggio Il poeta e la fantasia,«utilizza un’occasione offerta dal presente per progettare, secondo il modello del passato, un’immagine dell’avvenire. Il sogno ci porta di sicuro verso il futuro; ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine di quel passato».
Per progettare un avvenire, insomma, è necessario attraversare il territorio che chiamiamo «passato», conoscendolo da un nuovo punto di vista, un punto di vista che lo attualizza, e attualizzandolo lo fa nuovo. «L’immagine del passato» è ciò che ci costituisce come esseri singolari, la nostra costituzione psichica: si tratta dunque, come lo stesso Freud scrive, del nostro desiderio. Senza fare i conti col nostro desiderio, non è possibile progettare alcun avvenire. Se non si parte dal proprio desiderio, che è sempre desiderio-in-relazione, l’avvenire accadrà nel senso che ci cadrà addosso, e noi ne saremo, eventualmente, travolti.
Vivere sottomessi alle aspettative significa non aver la possibilità di intensificare il proprio desiderio: e non a caso a proposito delle forme di sofferenza dilaganti cui si faceva prima riferimento gli psicoanalisti parlano di patologie del desiderio. Si soffre, nell’essere sempre in una tensione continua al conseguimento di uno scopo che, oltretutto, oscura il nostro desiderio.
Vivere in un mondo saturo di aspettative significa dunque non avere accesso alla dimensione dell’attesa. Attendere significa, generalmente, aspettare qualcosa – etimologicamente, significa guardare attentamente (qualcosa): c’è qualcosa, lo si mette a fuoco, lo si vede avvicinare; ma prima del qualcosa da aspettare c’è il movimento dell’attesa in quanto tale, che è un gesto sfocato, dilatato, che abbraccia tutto, fino a coincidere con lo stesso campo visivo.
L’attesa, in sé, è un gesto di puro ascolto. «Vigilo l’istante / con imminenza di attesa / e non aspetto nessuno», recitano dei versi di Clemente Rebora.
La pura attesa è l’ascolto che si coglie nell’atto di ascoltare, la relazione che si coglie nel suo gesto di porsi in relazione. Un gesto estatico, una ek-stasis che consiste nel gettarsi fuori di sé, nella tensione del puro movimento dell’essere. La pura attesa è quella disposizione che ci permette di cogliere la nostra dimensione sorgiva, quella della nudità dell’essere, là dove siamo, e siamo senz’altro. Tranne l’altro che ci forma.
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