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Ragazzi seduti su un muretto

Da ospiti a cittadini: adolescenza, lo spazio del divenire

Tempo di lettura: 5 minuti

Sono tante le domande che attraversano ogni adolescenza, spesso in silenzio, a volte con forza. Oggi più che mai, i ragazzi e le ragazze si trovano a crescere in un contesto che chiede performance, risultati, visibilità. Un contesto saturo di aspettative e povero di ascolto. Lo spazio del divenire è una rubrica mensile che vuole aprire uno spazio di riflessione sul mondo interiore degli adolescenti. A guidarla saranno voci autorevoli della psicologia, che ogni giorno lavorano con le nuove generazioni, ascoltano le loro fragilità, ma anche le loro risorse. L’obiettivo non è offrire ricette o soluzioni pronte, ma condividere sguardi, esperienze, strumenti. Per provare a capire meglio chi sono i giovani di oggi e quali domande ci pongono, anche come adulti, educatori, genitori, cittadini.

Fabio Vanni, psicologo e psicoterapeuta, in questo articolo affronta il tema della scuola come spazio di relazioni e laboratorio di cittadinanza.

La scuola e le relazioni

L’avvio dell’anno scolastico segna l’incontro fra la popolazione giovanile e la scuola, uno dei principali scenari sociali nei quali vive. Numerose ricerche mostrano come questo incontro sia vissuto in modi molto diversi a seconda delle due funzioni principali che la scuola svolge: da un lato è un luogo di trasmissione di conoscenze da una generazione alla successiva; dall’altro è uno spazio di relazione e presenza sociale.

È proprio il secondo aspetto — quello relazionale — che, contrariamente a quanto molti adulti pensano, incide maggiormente sull’esperienza scolastica di ragazze e ragazzi. E non si tratta tanto del rapporto verticale con gli adulti, i prof, quanto di quello orizzontale con i pari.

Se alcuni decenni fa ritornare a scuola voleva dire rivedere dopo tre mesi alcuni compagni che si erano persi di vista e trovarli inevitabilmente cambiati, oggi il web ha reso questo passaggio di settembre molto meno netto: durante l’estate, i contatti si mantengono facilmente, anche senza vedersi di persona, grazie ai social, che permettono di seguire comunque le vicende altrui.

Tuttavia il rientro a scuola segna una discontinuità importante, non tanto perché si torna a studiare, a essere interrogati, o perché si rivede qualcuno dopo mesi, ma perché ci si reinserisce in un contesto sociale molto specifico, su cui vale la pena soffermarsi.

Scuola e socialità

Va ricordato, infatti, che in un mondo che si è fatto liquido orientarsi, reperire i riferimenti etici, relazionali, psicologici, è un’operazione che avviene in gran parte all’interno del gruppo dei pari. E la scuola rappresenta uno dei principali palcoscenici di questa dinamica.

Ma quale socialità orizzontale avviene a scuola?

A differenza di contesti più informali, a scuola l’incontro tra pari avviene in due modi distinti:

  • in modo verticale, all’interno di spazi e tempi regolati dagli adulti — le ore di lezione, le verifiche, le interrogazioni;
  • e in modo orizzontale, negli interstizi tra questi momenti: i cambi d’ora, l’intervallo, i corridoi, i bagni, l’ingresso e l’uscita.

La scuola infatti, come spazio istituzionale, costituisce un luogo sociale dove gli adolescenti sono ospiti, non padroni di casa.

L’autonomia che sperimentano è più tollerata o controllata che realmente favorita, e si concentra nei margini del tempo scolastico, che è formalmente destinato alla trasmissione verticale delle conoscenze, da una generazione all’altra.

L’idea che la scuola possa appartenere ai ragazzi suscita talvolta allarme: qualcuno teme che, lasciati liberi, gli studenti porterebbero il caos. Questa preoccupazione si accompagna a un’immagine simile anche per altri contesti, come la città o la società in generale, dove si guarda con sospetto alla possibilità che i giovani possano avere un reale spazio d’azione.

Molte esperienze, in realtà, mostrano il contrario: quando a ragazze e ragazzi si offrono spazi e strumenti per partecipare e co-costruire il mondo che abitano, la risposta è spesso sorprendente — idee nuove, azioni utili, pensiero critico.

La scuola attuale, in coerenza con le altre agenzie sociali a cominciare dalla famiglia, va però in direzione opposta e allora il reincontro di metà settembre con la popolazione giovanile mostra tutta la sua criticità, non perché ripartono i compiti e le alzatacce, ma perché il senso che la scuola propone ha forme anacronistiche e distoniche rispetto all’identità giovanile attuale.

È come se tornare a scuola volesse dire rientrare in una verticalità doveristico-repressiva che trova pochissimo riscontro, per fortuna, in alcuni mondi che gli adolescenti frequentano: i gruppi informali, il mondo dei videogames, i luoghi del volontariato e dell’impegno sociale, per esempio. Ma che sono soprattutto distoniche con una cultura dell’attenzione alla soggettualità e alla relazionalità nella quale gli adolescenti di oggi sono vissuti fin da bambini.

Certo, l’ordine e la disciplina possono risultare rassicuranti: offrono un’alternativa temporanea al senso di smarrimento che accompagna la crescita. Ed è proprio questo uno degli obiettivi di un’educazione verticalistica: fornire il nostro ordine di adulti alle giovani generazioni smarrite. Peccato che lo smarrimento riguardi tutti, anche e soprattutto gli adulti. Non è con il ritrovamento archeologico di valori antichi – dio, patria e famiglia – che la liquidità tornerà solida.

Una giovane exchange student statunitense, intervistata in Italia qualche anno fa da un giornale locale, si diceva stupita della scuola italiana perché in America, diceva, la scuola era degli studenti, che vi passavano una parte considerevole della giornata tra attività sportive, partecipative, artistiche, sperimentando un’autonomia per noi inusitata, una forma di presenza sociale in luoghi e in tempi ove gli adulti hanno una funzione di accompagnamento e di presidio di confini, ma non, o non solo, di organizzazione dei contenuti.

C’è qui un’occasione mancata. La scuola continua a essere trattata fondamentalmente come luogo verticale. Ma potrebbe invece essere vista come una forma neanche troppo implicita di apprendimento di una cultura dell’ordine eteronormato e della conseguente disciplina.

A mio parere così facendo si rimanda semplicemente al tempo futuro e ai mondi esterni alla scuola la funzione di co-costruzione da parte dei ragazzi e delle ragazze. Invece di utilizzare le ore a scuola come spazio tempo dell’esercizio della loro presenza sociale, spingendo anche all’esterno questa funzione – la scuola come presenza sociale territoriale– si propone una prospettiva all’insegna della passività e dell’ubbidienza.

Conoscenza e cittadinanza

Quanta paura si deve avere delle energie giovanili per muoversi così? E quanta del rischio che gli studenti e le studentesse si pongano seriamente il problema del senso della scuola e più in generale della loro cittadinanza?

Perché in fondo il tema è proprio questo: il rapporto fra conoscenza e cittadinanza, un rapporto che si è sfilacciato e che va invece fortemente ricostituito. Mi spiego meglio: il paradigma classico della formazione scolastica prevedeva che le generazioni precedenti fornissero a quelle successive i saperi utili a muoversi nel mondo. I giovani ringraziavano e procedevano applicandoli fuori e dopo la scuola. Ciò che si sta cercando di fare è recuperare questa forma educativa. Così facendo si fa appello alle angosce del disorientamento e dell’irrilevanza sociale nella quale tutti navighiamo. Collocare delle solide boe aiuta nella navigazione, sostiene.

Peccato che le forme culturali alle quali si fa riferimento, quelle moderniste di fondo, siano parte del passato e che le nuove generazioni vivano nella postmodernità o nell’ipermodernità e abbiano soprattutto appreso che i valori e i riferimenti principali nella vita non sono dati ma vanno co-costruiti attraverso una ricerca che va ben oltre le angustie occidentalocentriche e che si apre a dimensioni planetarie.

«Siamo per la seconda volta un unico villaggio», scriveva Edgar Morin oramai qualche decennio fa riferendosi alle origini di Homo Sapiens Sapiens e mostrando tutta la straordinarietà epocale nella quale siamo immersi.

Sarebbe quindi auspicabile valorizzare la propensione all’ampiezza planetaria delle relazioni, ma anche alla rilevanza della relazionalità prossimale — due dimensioni che abitano gli orizzonti di futuro dei giovani — per chiamarli a impegnarsi nella costruzione comune della società del domani. Un processo che potrebbe partire proprio da quel laboratorio di convivenza che è la scuola stessa, attore sociale e non luogo inviolabile e chiuso al mondo come ancora troppo spesso accade.

Il senso del rapporto cittadinanza-conoscenza dovrebbe quindi essere recuperato attraverso una connessione molto più stretta e reciproca fra ciò che si studia e ciò che accade qui, dentro a me stesso, nella scuola e là fuori nel mondo.

Anche gli episodi di violenza scolastica — tra studenti o tra studenti e docenti — non dovrebbero essere ignorati o espulsi dal mandato educativo, ma assunti come oggetto centrale del lavoro scolastico.

Come si sta insieme qui è il laboratorio di come si sta fuori di qui. Come si gestiscono i conflitti qui è opportunità di apprendimento per gestirli fuori di qui. Il rapporto con le diversità che co-costruiamo qui costituisce un’opportunità per trattare le diversità, le singolarità, le differenze fuori di qui.

Sono due culture che si confrontano. Sarebbe un errore sottovalutare la presa della cultura dell’ordine eteroimposto ma sarebbe anche peggio non proporre forme nuove, utili e possibili di una differente postura degli adulti verso i ragazzi e le ragazze, una postura che non può rinunciare a ripensare radicalmente la scuola come luogo di esercizio comune della presenza sociale.

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  • Psicologo e psicoterapeuta che si occupa da una trentina d'anni in maniera prevalente di adolescenti e giovani all'interno di contesti pubblici (ha diretto il Programma Adolescenti dell'Asl di Parma), privato-sociali e culturali-scientifici (in collaborazione con SIPRe, AGIPPsA, IARPP, IFPS...). Ha diretto "Ricerca Psicoanalitica" e "Adomagazine" ed è Direttore Scientifico di Progetto Sum ETS.

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