Proprio quando il calore ci incatena ai nostri corpi, nelle nostre case comode ma di città o in pianura, qualcosa ci viene a tirare per il naso, o per le orecchie, e ci accompagna, ci invita a seguirlo per arrivare su, tra i monti, nelle Alpi, o in Appennino. E qui luoghi certamente beati sono i corsi dei fiumi, i laghi alpini, le foreste più dense, gli orridi, e certe cascate, non per forza le più alte, le più rinomate, ma anche molte altre che fiottano modestamente.
Uno di questi luoghi, incastonato tra le alpi, ci porta a vagare alla ricerca delle cosiddette caldaie del fiume Sesia. Siamo di nuovo in Piemonte, nell’alto vercellese, nel comune di Alagna Valsesia che si raggiunge seguendo la provinciale 299.
Punto di approdo con l’auto e di partenza a piedi è l’Acqua Bianca. Qui una cascata si apre su alcune rocce, quando la vedo è modesta, quasi un innocente incontro tra piccoli gorghi d’acqua e spuntoni di roccia, ma in altre condizioni e stagioni produce un concerto ben più rumoroso.

La Casa del Parco è arroccata sull’Alpe Fum Biz, a 1606 mt di altitudine, ospita un giardino botanico alpino, intitolato al fotografo naturalistico Mario Soster, e collezioni ricche di corna di stambecchi e camosci, nonché la sezione di un larice monumentale caduto pochi anni fa e che radicava già nel 1842, l’anno della prima del Nabucco di Verdi a La Scala e della nascita di Mallarmé e Fogazzaro, tra gli altri.
Cascate e sentieri e arboreti, fino al punto nel quale il Sesia, carambolando giù dai monti lungo una via di sassi curva alla sua sinistra e si infossa, ruggendo tra alcune vasche nella roccia, strette, le fantomatiche caldaie, sopra le quali è stato edificato un ponte robusto e coperto, noto come il Ponte delle Pile, come certi ponti alla Madison County (con un po’ di fantasia, ovviamente). Oltrepassato questo ingegno si arriva ai prati smeraldini che circondano il Rifugio Pastore.

Il percorso è ben segnalato.
Quando mi allungo nel paesaggio e mi godo le ombre dei boschi, la frescura morbida del contatto coi muschi, o inseguo le nuvole per qualche minuto andando a indovinare quale forme potrebbero assumere, capita che mi ricordi i quattro versi che compaiono all’inizio del Keisei-Sanshoku, ovvero il 25esimo capitolo o libro del capolavoro di Eihei Dōgen (1200-1253), lo Shōbōgenzō (Il tesoro dell’occhio del vero Dharma), dal titolo poetico, Il suono delle valli, il colore delle montagne:
I suoni dei torrenti vallivi sono la sua lingua, vasta lingua,
Le forme dei monti sono il suo puro corpo.
Di notte ascolto la recitazione delle miriadi di strofe dei Sutra:
Come posso riferire ad altri quel che dicono?1

Un’altra traduzione ce l’ha consegnata il monaco Sergio Oriani:
Il suono del torrente nella valle è la Sua grande lingua,
I colori delle montagne sono il Suo puro corpo.
Nella notte ho udito gli ottantaquattromila inni
Ma come dirlo alla gente il giorno dopo?2
Al di là della varianza di sfumature, va ricordato che non sono parole di Dōgen, comunque di suo anche ottimo poeta3. Il monaco giapponese riprese i versi di un componimento ascritto al monaco cinese Sushi (1036-1101), o Su Shi o Su Shih o Su Dongpo o ancora Zuzhan, Sotoba per i giapponesi, che scrisse i versi ricordando il momento della sua illuminazione, sopraggiunta per caso ascoltando il mormorio di un torrente nella valle ai piedi del Monte Lu, dove praticava. Molti buddisti occidentali si convincono di risvegliarsi, o meglio di illuminarsi, ascoltando un animale nella notte o le acque di una cascata o di un ruscello mentre meditano, sono attimi di pura e profonda lucidità, prese di coscienza della compresenza di diverse realtà in una sola, ma chissà se sono attimi appunto, profondità sfiorate, per poi ritornare all’ordinario sentire di ogni ora e di ogni giorno? Non è poi così chiaro che cosa sia questa visitatissima illuminazione, se un lampo che poi va ricercato costantemente, un dono che si riceve, o una conquista vera e propria, definitiva. Per molti maestri del ch’an quanto dello zen e di altre famiglie del buddismo non esiste nemmeno, l’illuminazione, è la vita di ogni giorno che ci mette alla prova e che dovremmo cercare di abitare al nostro meglio, per quello che siamo. O no? Fuoco alle polveri della discussione…
Ad ogni modo meditare ai piedi di una cascata o sul bordo di un lago è un’esperienza feconda, l’ho praticata finché la salute me lo ha permesso quasi ogni mattina, per anni, comparendo sul bordo di un lago per metà completamente ricoperto dal bosco, verso le 6 o le 7 di mattina, a seconda delle stagioni, ed è stato un periodo splendido. Così nutriente da riceverne tutt’ora i benefici. Spero di riuscire a ricominciare, come se fosse il primo giorno, la prima alba, la prima seduta, ora che ho smesso anche di cercare, ora che la giornata mi basta così come si presenta, senza altre mete o particolari traguardi.

Note
- Traduzione tratta da Lo zen di Kodo Sawaki, a cura di Gianpietro Sonō Fazion, Ubaldini, Roma, 2003.
- Dalla traduzione integrale dello Shōbōgenzō ora disponibile nel sito www.shobogenzo.it.
- Eihei Dogen, Poesie, a cura di Aldo Tollini, Bompiani, Milano, 2019.
- La cascata del Serpente: ottava meditazione
- Il respiro della cascata della Pissa: settima meditazione
- La discreta cascata della Spissula: sesta meditazione
- Acqua Bianca e caldaie del Sesia: quinta meditazione
- Val di Rabbi: quarta meditazione
- La cascata della Frua: seconda meditazione
- La cascata di Isollaz: prima meditazione




