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Immagine di Roberta Sant'Anna, porta con scritta exit
Immagine di Roberta Sant'Anna per Unsplash

Abiterai te stesso: l’incontro con Pasquale Di Giglio

Tempo di lettura: 5 minuti

Ci sono incontri che iniziano con la semplicità di un caffè su una panchina e finiscono per scardinare le certezze su cosa significhi “stare al mondo”. Pasquale ha lo sguardo intenso di chi ha guardato in faccia sia il sacro che la strada. Mentre intorno a noi Milano accelera, lui parla di una forma di resistenza che io trovo insolita, la preghiera, vista non come dovere ma come possibilità.

«A vent’anni facevo tutto secondo le aspettative degli altri, ma ero vuoto», confessa. Inizia così il racconto di una vita passata a tradurre l’eterno nel linguaggio delle persone “comuni”, della  strada, dai cartoni animati ai salmi in salsa trap, con un’unica bussola: la ricerca di un luogo interiore da poter chiamare casa. La sua storia non è quella di una fuga dal mondo, ma di un’immersione profonda in esso, per trovare, tra le pieghe della frenesia contemporanea, quella “diserzione necessaria” che si chiama spiritualità.

A vent’anni, Pasquale era un giovane immerso nel “fare”: studi artistici, politica, volontariato. Eppure, sentiva crescere un dolore sottile. «Facevo tutto secondo le aspettative degli altri, ma non mi ero ancora interrogato sulle mie», mi racconta. Quella che sembrava una vita piena era, in realtà, un bere continuo di un’acqua che non toglieva la sete. La svolta arrivò con un paradosso, la rottura di una gamba. Un blocco forzato che fermò la “giostra” e aprì una finestra sull’interiorità: «Avevo nutrito il mio ego, ma non il mio dentro».

L’incontro con la preghiera è stato centrale nella sua esperienza che,  non è dire preghiere, ma è un’azione strutturale che risponde a tre necessità fondamentali: fare unità, abitare il presente e sentirsi parte di un corpo.

Nel mondo contemporaneo, siamo frammentati: siamo una cosa sui social, un’altra al lavoro, un’altra ancora in famiglia. Pasquale analizza la preghiera come l’unico momento della giornata in cui queste schegge si ricompongono. Una sorta di azione contro l’ego ipertrofico, mi sottolinea più volte che a vent’anni il suo “fare” serviva a nutrire l’ego, ma lasciava vuoto l’io. La preghiera serve a invertire questo processo: smantellare il personaggio pubblico per far emergere l’uomo nudo.

Concordiamo nel vedere la società come una giostra che gira a vuoto, per Pasquale si prega per scendere dalla giostra, non è una fuga vigliacca, ma una scelta politica, decidere di non farsi mangiare dal tempo produttivo. La preghiera è l’unico spazio in cui Pasquale non deve “fare” il parroco, l’artista o il mediatore. È lo spazio del non-profitto assoluto.

Un aspetto che ho trovato centrale nella sua analisi è la rottura della solitudine, il suo pensare alla preghiera come una tecnologia di connessione che precede internet, ma è più profonda.

Pregare la Liturgia delle Ore significa sapere che, in quel preciso istante, migliaia di persone stanno pronunciando le stesse sillabe. Questo dissolve il senso di isolamento che spesso attanaglia l’uomo moderno, pregare per chi soffre in guerra o per i ragazzi in carcere non è un gesto magico per cambiare la volontà di Dio, ma un esercizio per il credente: serve a “sentirsi partecipe”, a non chiudersi nel proprio benessere. La preghiera impedisce al cuore di diventare impermeabile al dolore del mondo.


Nel mondo contemporaneo, siamo frammentati: siamo una cosa sui social, un’altra al lavoro, un’altra ancora in famiglia. Pasquale analizza la preghiera come l’unico momento della giornata in cui queste schegge si ricompongono.



La transustanziazione del quotidiano

Pregare  è una azione fondamentale per Pasquale, perché la spiritualità deve cambiare lo stile di vita, altrimenti è solo ginnastica posturale, è il laboratorio dove si prepara l’impegno sociale. Senza il momento del fermo, l’azione nel sociale (come il suo lavoro a Napoli contro il sistema camorristico) rischierebbe di diventare solo attivismo ideologico. La preghiera dà all’azione una radice di gratuità e speranza che la politica da sola spesso non ha.

In sintesi si prega per restare umani, si prega per non diventare ingranaggi, per non smarrire la propria faccia sotto le maschere e per ricordarsi che, nonostante tutto il caos, esiste un centro di gravità permanente che lui chiama Dio e che coincide con la verità più profonda di noi stessi.

Oggi, con 23 anni di sacerdozio alle spalle, Pasquale vede nella preghiera una diserzione dalla frenesia. «Per me è un appuntamento per fermarmi. Ne ho bisogno per fare sintesi, altrimenti perdi il punto fermo attorno a cui hai costruito la vita». La preghiera non è un rifugio per alienarsi, ma una community reale anche se invisibile. È un masticare la Parola finché non entra nel sangue, trasformando il modo di stare al mondo.  La sua metafora della digestione la trovo potente. Si prega per masticare gli eventi del giorno affinché non restino sullo stomaco come traumi o stress, ma diventino sangue e nutrimento. Si prega per non essere indigesti a se stessi.

Per Pasquale, l’essenza di Dio è il desiderio di comunicare. Cita i primi tre capitoli del Cantico dei Cantici: «L’amato cerca l’amata, la spia, la desidera. Quando vuoi una cosa, trovi mille modi per raggiungerla». In questo desiderio di Dio, noi siamo la Sua voce. «E la voce cambia a seconda di chi ascolta: al sordo urli, al bambino parli con soavità».

Questa convinzione lo ha spinto a rompere gli schemi della comunicazione religiosa tradizionale, insieme a Davide Bertocchi, ha tradotto brani biblici dall’ebraico e dal greco direttamente in napoletano, una lingua che definisce “fortemente esperienziale”. Questi testi sono stati poi affidati a cantanti professionisti, lasciandoli liberi di interpretarli secondo la propria sensibilità:

«Ne è uscita una versione del Cantico dei Cantici in chiave trap, che è quella che amo di più, un brano di Qoèlet R&B e uno di Osea su base samba. Non volevo convenzioni, volevo che parlassero con la loro anima».

Durante la pandemia, la creatività si è spostata sul digitale, per non perdere i bambini del catechismo, Pasquale si è inventato  video di animazione con disegni, burattini e doppiaggi realizzati interamente da lui, un  modo per uscire dai luoghi comuni e intercettare la vita dove pulsa davvero.


La preghiera non è un rifugio per alienarsi, ma una community reale anche se invisibile. È un masticare la Parola finché non entra nel sangue, trasformando il modo di stare al mondo. 

La felicità è sentirsi a casa

Citando Zygmunt Bauman, Pasquale definisce la felicità come il «sentirsi al posto giusto al momento giusto, sempre». E questo accade solo quando non si è soli, o meglio, quando si è incontrato veramente se stessi. L’appuntamento con il Sé suggerisce che la preghiera è il modo per trovarsi al posto giusto al momento giusto. Se non ti fermi a pregare, rischi di vivere la vita di qualcun altro, inseguendo aspettative altrui. Pregare è tornare a casa in se stessi.

«Quando incontri quel te stesso con cui interagisci alla fine della giornata, quello che fa sintesi dei tuoi dolori e delle tue speranze, allora sei al tuo posto, l’armonia con sé, con gli altri e con il creato.»

Questa unità interiore trasforma il mondo intero in una casa. «Se sei a casa in te stesso, non cambia se sei seduto a Milano, a Salerno o in Groenlandia. Guardi il mondo da un balcone diverso, ma sei sempre a casa tua.»

Il problema della società contemporanea, secondo Pasquale, è che non ci sentiamo più “a casa” nella nostra pelle, e per questo temiamo la diversità e sfruttiamo l’ambiente. La sua visione di spiritualità è un cammino di liberazione che prescinde dalle etichette:

«A me non interessa se la scelta di un ventenne è cattolica, zen o monacale. Mi interessa che sia una via per scoprire chi si è davvero. Che si tratti di cambiare sesso o di farsi un tatuaggio, l’importante è non farlo a prescindere, ma dopo un percorso profondo di conoscenza. Solo una persona che conosce se stessa sarà una persona realizzata».

Sulla panchina del parco, mentre il caffè è ormai finito, resta l’immagine di un uomo che ha smesso di inseguire il fare per il fare per inseguire il senso, scoprendo che la preghiera non è altro che il respiro di chi ha finalmente trovato la porta di casa.

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