IL BUDDHISMO PER CHI COMINCIA | LIVELLO 3 | MODULO 2 | SCHEDA 5
Il quinto dei cinque precetti – linee guida buddhiste per una vita etica – consiste nell’astenersi dall’uso di sostanze intossicanti, che porterebbero a essere imprudenti. Se la formulazione in pāli, la lingua di alcuni dei più antichi testi buddhisti, si riferisce indubbiamente all’alcol, le interpretazioni del precetto e l’eventuale convinzione nel fatto che permetta una qualsiasi forma di consumo di alcol o di droghe differiscono da scuola a scuola e persino da insegnante a insegnante. Forse a causa delle ben radicate usanze culturali del bere in compagnia e dell’associare l’alcol alla bella vita, il quinto precetto spesso non viene seguito alla lettera.
Il quinto precetto è stato creato a sostegno degli altri precetti. Come sa chiunque abbia bevuto troppo, controllarsi, nelle parole e nelle azioni, è molto più difficile, a volte impossibile, quando si è in stato di ebbrezza. Il Buddha, in uno dei racconti Jātaka sulle sue vite passate, non usa mezzi termini nel descrivere gli effetti dell’ubriachezza:
Colui che beve questa bevanda peccherà nei pensieri, nelle parole e nelle azioni. Vedrà il bene come male e il male come bene. Anche la persona più modesta si comporterà in modo indecente quando è ubriaca. L’uomo più saggio farfuglierà sciocchezze […]. Si abituerà al comportamento malvagio, alla menzogna, all’abuso, alla sporcizia e al disonore.
Kumbha Jataka: The Fifth Precept, da Jataka Tales of the Buddha: Part III, raccontati da Ken e Visakha Kawasaki
Tuttavia, molte scuole del buddhismo mahāyāna oggi sostengono che è l’intossicazione della mente a violare il precetto e non il bere in sé. Chi appoggia questa prospettiva solitamente tende a fare una distinzione fra l’essere alticci, bere allo sfinimento e godersi un bicchiere di vino a cena.
L’assunzione di medicinali contenenti alcol e il consumo di cibi preparati con tracce di alcol non sono considerate violazioni in nessuna scuola buddhista, perché, a meno che non se ne abusi, non causano intossicazione. Anche gli antidolorifici non sono un problema, se assunti come prescritto per validi motivi medici.
La maggior parte dei buddhisti theravāda tradizionali ritiene che la marijuana, gli allucinogeni e altre droghe ricreative siano chiare violazioni del quinto precetto, mentre l’opinione dei buddhisti mahāyāna varia. La convinzione che gli allucinogeni possano servire come ausili spirituali è diffusa in Occidente, dal momento che molti attuali maestri buddhisti occidentali si sono avvicinati al buddhismo durante la controcultura psichedelica degli anni Sessanta. Una prospettiva che nei decenni successivi ha perso il favore di cui godeva, ma oggi è di nuovo in voga.
Alcuni insegnanti, in particolare i buddhisti zen, leggono il quinto precetto come ingiunzione ad astenersi da qualsiasi comportamento compulsivo o dato da dipendenza che intossichi la mente, come per esempio la pornografia, il gioco d’azzardo, lo shopping, la sovralimentazione, l’esercizio fisico eccessivo, l’uso sconsiderato di internet e il consumo eccessivo di TV e altri media. Anche seguire in maniera ossessiva la pratica buddhista può essere un’intossicazione.
Quattro maestri buddhisti condividono i loro pensieri sull’astensione dalle sostanze intossicanti.
LIVELLO 3 | MODULO 2
La prima linea guida del Buddha per una vita etica ci chiede di astenerci dal togliere la vita.
Il secondo precetto, astenersi dal rubare, può aiutarci a coltivare anche la contentezza e la generosità.
Le interpretazioni di questo precetto tendono a variare a seconda dei tempi e dei luoghi.
Il quarto precetto è spesso visto nel contesto della pratica della retta parola, uno dei rami dell’Ottuplice sentiero.
Il quinto precetto ha dato luogo a numerosi dibattiti su come definire nocivo ciò che si consuma.
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