BUDDHISMO PER CHI COMINCIA  |  LIVELLO 2  |  MODULO 9 | SCHEDA 7

Che cos'è la dottrina delle due verità (assoluta e convenzionale)?

La dottrina delle due verità (assoluta e convenzionale) sostiene che esistono due modi di vedere il mondo: le cose per come appaiono e per come sono. In altre parole, l’esistenza è sia relativa (o convenzionale) che assoluta. La spiegazione relativa o convenzionale della realtà consiste in ciò che conosciamo ed esperiamo, mentre la verità ultima o assoluta è inesprimibile, vuota (sunya) e si trova al di fuori dell’esperienza e del linguaggio convenzionali. La verità convenzionale di qualcosa consiste nella sua dipendenza dalle condizioni. La verità ultima è la sua vacuità. Questa dottrina affonda le sue radici nelle parole del Buddha storico, che riconosceva che alcune esperienze, in particolare il nirvāṇa, si trovano al di là della capacità descrittive del linguaggio.

Il famoso monaco e filosofo buddhista Nāgārjuna (circa II-III secolo d.C.) sosteneva che gli insegnamenti del Buddha devono essere considerati alla luce delle due verità per essere compresi correttamente. Ma pensiate che la verità relativa sia incompleta e la verità assoluta sia perfetta e completa. Nāgārjuna percorre la via di mezzo tra le due. Entrambe sono vere, ha detto, e c’è valore in entrambe perché il convenzionale dipende dall’assoluto e viceversa:

Senza fondamento nella verità convenzionale

Il significato dell’assoluta non può essere insegnato.

Senza comprendere il significato dell’assoluta

Non si raggiunge la liberazione.

Il primo buddhismo indiano classico, compresa la scuola theravāda, che esiste ancora oggi, insegnava che il Saṃsāra era il mondo della sofferenza e il nirvāṇa ne era l’uscita. Secondo Nāgārjuna è una distinzione vera solo relativamente. La verità assoluta, diceva, è che non c’è differenza tra Saṃsāra e nirvāṇa, perché entrambi sono costruzioni mentali vuote di un’essenza fissa. Visto relativamente, questo mondo di sofferenza può essere il Saṃsāra, ma visto alla luce della verità assoluta, questo mondo è il nirvāṇa.

Ci sono molti modi di interpretare questa affermazione, ma sembra capovolgere il percorso buddhista: Che senso ha la pratica se non c’è una meta? Non pratichiamo per diventare un buddha ma perché, come insegna la dottrina delle due verità, siamo già dei buddha, solo che non ce ne rendiamo ancora conto.

 Per saperne di più sulle due verità, leggete qui. 

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Questi stati mentali negativi, tra cui la cattiva volontà e il dubbio, sono considerati un ostacolo alla pratica buddhista.

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Nulla esiste in modo indipendente. Gli anelli della catena dell’originazione interdipendente, o coproduzione condizionata, sono il motore del ciclo infinito di vita, morte e rinascita.

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Nata dalla compassione e dal desiderio che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza, la bodhicitta («Mente del risveglio») è l’illuminazione del cuore e della mente.

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Ci sono due modi di vedere il mondo: come le cose appaiono e come sono realmente.

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Anche se non c’è una risposta semplice a questa domanda, i buddhisti generalmente si attengono agli insegnamenti del Buddha sulla natura della sofferenza e sul percorso di liberazione.

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Termine spesso frainteso, il vuoto o vacuità (Śūnyatā) non si riferisce al «nulla», ma all’interdipendenza e alla vacuità di un’esistenza distinta e fissa.

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