BUDDHISMO PER CHI COMINCIA | LIVELLO 2 | MODULO 9 | SCHEDA 12
«Vuoto» o «vacuità», traduzione della parola sanscrita Śūnyatā (suññatā in pāli), è una delle parole più fraintese del buddhismo (insieme a rinascita!), perché non è semplice coglierne tutti i significati e perché le diverse scuole interpretano il concetto in modo diverso. Viene spesso considerata infelice perché sembra riferirsi a qualcosa di negativo.
Ma il termine «vuoto» non indica un vuoto cupo o a una sorta di nichilismo. Nel canone Pāli, che comprende alcune delle prime scritture buddhiste, il Buddha lo usa per spiegare che la vacuità è inerente alla nostra concezione del sé. In una famosa storia, il Buddha indicò un carro e chiese: «Dov’è l’essenza del carro? È nelle ruote? Nel sedile? L’asse?». Naturalmente, nessuna delle parti costitutive contiene l’essenza del carro, e ogni parte scomposta in parti più piccole è priva di quella singolare essenza. Come la carrozza, questo «sé», o «io», a cui teniamo così tanto non è altro che un incontro temporaneo di vari aggregati – è vuoto.
Le scuole filosofiche buddhiste successive, di cui l’esponente più noto è forse una scrittura mahāyāna nota come Sutra del cuore, hanno ampliato il concetto di vuoto per includere tutti i fenomeni del mondo. Visto che tutto dipende da qualcos’altro, nulla esiste in modo autonomo e duraturo. Alcune scuole si spingono ancora più in là: tutto ciò che percepiamo dipende dalla mente che lo percepisce come «esistente», ed è quindi vuoto, o privo, di un’essenza di sé. Nulla, nemmeno le più piccole particelle immaginabili o la mente stessa, ha una realtà sostanziale. È tutto relativo, tutto «vuoto».
Lo studioso Andrew Olendzki spiega l’etimologia di vacuità; il lama tibetano Dzigar Kongtrul Rinpoche spiega il vuoto con una metafora, e l’autore zen John Tarrant scrive di come abbia sentito svanire i confini del «sé» e dell’«altro» dopo aver colto il concetto di vacuità.
LIVELLO 2 | MODULO 9
Questi stati mentali negativi, tra cui la cattiva volontà e il dubbio, sono considerati un ostacolo alla pratica buddhista.
Una delle verità fondamentali del buddhismo è questa: Tutto cambia.
Nulla esiste in modo indipendente. Gli anelli della catena dell’originazione interdipendente, o coproduzione condizionata, sono il motore del ciclo infinito di vita, morte e rinascita.
Nata dalla compassione e dal desiderio che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza, la bodhicitta («Mente del risveglio») è l’illuminazione del cuore e della mente.
Queste sette qualità della mente risvegliata approfondiscono la nostra pratica di meditazione e ci sostengono lungo il cammino spirituale.
Le 10 «perfezioni» – che comprendono la pazienza, la generosità e la saggezza – sono un insieme di virtù che i buddhisti si impegnano a coltivare.
Ci sono due modi di vedere il mondo: come le cose appaiono e come sono realmente.
Il mezzo abile è ciò che permette di trasmettere gli insegnamenti nel modo più efficace, ed è uno dei motivi per cui esistono tanti tipi diversi di buddhismo.
Rappresentati nella Ruota dell’esistenza (bhavachakra), i sei regni di rinascita sono un quadro di riferimento per gli esseri che rinascono in base a come hanno vissuto.
Il buddhismo è generalmente considerato una religione non teista che non richiede la fede in un essere supremo. Ma ci sono esseri soprannaturali nella cosmologia buddhista.
Anche se non c’è una risposta semplice a questa domanda, i buddhisti generalmente si attengono agli insegnamenti del Buddha sulla natura della sofferenza e sul percorso di liberazione.
Termine spesso frainteso, il vuoto o vacuità (Śūnyatā) non si riferisce al «nulla», ma all’interdipendenza e alla vacuità di un’esistenza distinta e fissa.
Un bodhisattva («essere risvegliato») è colui che ha fatto voto di raggiungere l’illuminazione a beneficio di tutti gli esseri senzienti.
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