BUDDHISMO PER CHI COMINCIA | LIVELLO 2 | MODULO 3 | SCHEDA 2
Tra i tanti modi di praticare il buddhismo zen, forse il più emblematico è lo zazen, che letteralmente significa «zen seduto», ma che spesso viene indicato come «meditazione zen». Nello zazen, i praticanti si siedono su un cuscino in una postura che formalmente prevede di stare con la schiena dritta, gli occhi semiaperti e le gambe incrociate sulla coscia opposta, nella cosiddetta posizione del loto pieno. (Per coloro che non possono sedersi in posizione di loto completo, i buddhisti zen promuovono diverse alternative, tra cui la meditazione seduti su una sedia).
Lo Zazen viene spesso insegnato come una pratica priva di obiettivi, in cui non c’è nulla da raggiungere; il «solo stare seduti» è già di per sé espressione di una mente risvegliata. Dōgen, il fondatore della scuola Sōtō dello zen giapponese del XIII secolo, credeva che chi stesse praticando lo zazen, in quel momento, fosse il Buddha in persona, poiché l’atto stesso di sedersi è manifestazione della mente illuminata, ossia di ciò che siamo veramente.
Altri credono che lo zen abbia un obiettivo ben preciso, ossia il risveglio, e che l’impegno diretto sia l’unico modo per raggiungerlo. Nella scuola Rinzai dello Zen giapponese, la pratica può incentrarsi sulla risposta ai Kōan. I Kōan sono domande o affermazioni enigmatiche o paradossali sulla realtà che non si possono comprendere con il pensiero concettuale. Gli studenti zen possono confrontarsi con questi enigmi come parte di un programma di studio che include Kōan ben noti come «Che suono fa una mano sola quando applaude?». Sotto la guida di un insegnante, il praticante attraversa diverse fasi di consapevolezza. In definitiva, un Kōan riguarda il praticante: il Kōan più grande che possa incontrare consiste nel capire come vivere una vita pienamente illuminata.
Per molte persone provenienti dalle culture dell’Asia orientale, lo zen svolge un ruolo particolarmente importante nell’aiutare le famiglie a esprimere il loro amore e rispetto per gli antenati, i parenti defunti che si trovano nell’aldilà in attesa della rinascita. Molte case in Giappone hanno piccoli altari chiamati butsudan con fotografie di parenti defunti, tavolette commemorative e offerte di fiori, candele e cibo. Ogni agosto, le persone di tutto il Giappone tornano a casa per l’Obon, la festa dei morti – periodo in cui si dice che i parenti defunti tornino dall’aldilà per un giorno. L’Obon non è un’occasione morbosa, ma un momento di comunità e di celebrazione perché tutti, secondo l’insegnamento buddhista, un giorno raggiungeranno l’illuminazione.
Lo zen è anche ampiamente praticato attraverso le arti. Tradizioni come la cerimonia del tè, l’ikebana (composizione floreale) e la calligrafia richiedono una concentrazione meditativa e sono note per indurre la calma e colmare il divario percepito tra l’esperienza interna e la realtà esterna. Nella cerimonia del tè, i praticanti eseguono movimenti ritualizzati e precisi, mentre «donano» bellezza, ordine e nutrimento ai loro ospiti; piegare un tovagliolo proprio in quel modo serve prima agli altri e poi a sé stessi. Per questo motivo chi si dedica alla cerimonia del tè dice spesso che «il tè e lo Zen sono una cosa sola». Per la maggior parte dei praticanti zen, tutte le attività – dal canto al bagno alla cucina – sono considerate pratica Zen, senza che nessuna attività in particolare svetti sulle altre.
Shunryu Suzuki Roshi, un monaco zen che ha contribuito a diffondere il buddhismo zen negli Stati Uniti, spiega la meditazione zazen.
LIVELLO 2 | MODULO 3
Zen è il nome giapponese di una tradizione buddhista praticata da milioni di persone in Asia orientale e in tutto il mondo.
Ci sono molte pratiche diverse all’interno della tradizione zen, la più nota delle quali è la meditazione zazen («semplicemente seduti»).
Lo zen può essere fatto risalire al V secolo, periodo durante il quale diversi insegnanti buddhisti seguivano la Via della Seta in Cina.
La maggior parte delle scuole zen odierne può essere fatta risalire alle scuole Linjing e Caodong della Cina del XIII secolo.
Il monaco indiano Bodhidharma, a cui viene spesso attribuito il merito di aver portato il buddhismo in Cina, è spesso definito il «primo antenato» dello zen.
Sebbene lo zen privilegi la trasmissione diretta rispetto allo studio delle scritture, ci sono alcuni sutra mahāyāna che ne hanno influenzato la tradizione.
Non è una cosa per pochi eletti, è la natura intrinseca di tutti gli esseri. Dobbiamo solo liberare la mente per poterla vedere davvero.
Ci sono diverse distinzioni tra i monaci zen in Asia e in Occidente.
Se la storia delle antenate dello zen femminile si estende per secoli, le praticanti zen degli ultimi decenni hanno comunque dovuto battersi per il diritto all’ordinazione completa.
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