BUDDHISMO PER CHI COMINCIA  |  LIVELLO 2 |  MODULO 2 | SCHEDA 9

Come viene caratterizzato
il nirvāna theravāda?

Il nirvāṇa, o nibbāna in lingua pāli, è l’obiettivo finale del percorso buddhista theravāda. Con il termine nirvāṇa ci si riferisce al risveglio: la liberazione definitiva della mente e la libertà dal saṃsāra, il ciclo di sofferenza, morte e rinascita. Il nirvāṇa non è un luogo, come il paradiso, ma è una libertà incondizionata che esiste al di là dello spazio e del tempo.

Nell’antica India, il nirvāṇa  era la «cessazione» o l’«estinzione» di quell’eterno fuoco della mente caratterizzato da avidità, avversione e illusione. La similitudine dello spegnimento è molto azzeccata. Upādāna, la parola pāli per indicare l’attaccamento, si riferisce letteralmente all’atto di alimentare un processo, come mettere dei ceppi sul fuoco. Allo stesso modo, nel nostro attaccamento, alimentiamo la nostra sofferenza, nutrendola con l’avidità, l’avversione e l’illusione.  

Secondo la prospettiva theravāda, l’intero corpo di insegnamenti e pratiche del Buddha ha lo scopo di aiutare le persone a raggiungere il nirvāṇa, o risveglio. E, benché le sue istruzioni e il sostegno offerto dalla pratica siano chiare e intuitive, dedicarsi al proprio risveglio non è un’impresa da poco. Solo dopo aver sviluppato tutti gli elementi del nobile ottuplice sentiero –risultato del buon karma accumulato nel corso di innumerevoli vite – siamo in grado di accedere al primo stadio del risveglio, noto come ingresso nel flusso (sotāpatti). L’ingresso nel flusso è un fugace assaggio del nirvāṇa. Anche se restano altre fasi del risveglio da raggiungere, si tratta di uno spartiacque lungo il sentiero: non è più possibile tornare indietro o covare nella propria mente alcun dubbio sulla correttezza di quanto insegnato dal Buddha.

Quando, nella nostra mente, si estinguono anche le più flebili tracce dell’attaccamento, dell’avidità, della cattiva volontà e dell’illusione, si sperimenta il nirvāṇa e si diventa un arahant, o «degno di venerazione». Un arahant è assolutamente libero dalla sofferenza e dallo stress, dall’idea di un’identità immutabile e dal ciclo delle rinascite. La morte fisica di un arahant è nota come parinirvāṇa (in pāli: parinibbāna), che significa estinzione o cessazione totale. Non ci sono parole per descrivere il parinirvāṇa, dicono il Buddha e gli altri arahant, ma la gioia e l’equanimità che un praticante sviluppa lungo il sentiero lo mantengono nella giusta direzione.

Insegnanti di tre tradizioni buddhiste – il buddhismo theravāda, il buddhismo tibetano e lo zen –  offrono punti di vista sorprendentemente divergenti sul significato del nirvāṇa. 

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