IL BUDDHISMO PER CHI COMINCIA | LIVELLO 2 | MODULO 10 | SCHEDA 7
Il tonglen è una forma di pratica buddhista tratta dagli insegnamenti di «allenamento della mente» (lojong) impartiti dall’importante maestro indiano dell’XI secolo Atiśa. Elemento essenziale di questo allenamento è il superamento di quanto viene definito «egocentrismo», il fatto di restare attaccati a una mentalità limitata ed egoistica. Il tonglen, che letteralmente significa «dare e ricevere», è uno degli strumenti con cui il lojong ci permette di limitare la mostra tendenza all’egocentrismo. La pratica consiste nel visualizzarsi mentre si inspira (si accoglie) la sofferenza degli esseri, e poi si espira (si invia) il proprio benessere per alleviarla.
La versione più semplice del tonglen consiste nel prendersi un momento per riposare, o per radicarsi e stabilizzarsi, nella naturale spaziosità della mente. Bisogna poi immaginare la sofferenza nel mondo – ci si può anche concentrare su una persona in difficoltà o su una specifica circostanza – e inspirarla sotto forma di fumo nero, denso e pesante, che si dissolve nel cuore. Aprendo il cuore alla compassione, poi, si espira la sofferenza sotto forma di «energia bianca» che trasmette la nostra benevolenza a chi sta soffrendo.
Si tratta di una pratica che per molti risulta impegnativa, quindi è meglio praticarlo sotto la guida di un insegnante. Si può anche praticare «sul posto», come fa la monaca buddhista americana Pema Chödrön, quando ci si trova di fronte alle sfide della vita quotidiana o si ha a che fare con forti emozioni negative.
Scoprite i consigli di Pema Chödrön per praticare il tonglen al di fuori dello spazio dedicato alla meditazione.
LIVELLO 2 | MODULO 10
La meditazione con il respiro, o «consapevolezza del respiro», è una delle forme più antiche di meditazione buddhista.
Spesso è proprio per via di emozioni difficili che iniziamo a meditare – il buddhismo propone delle specifiche tecniche per conoscer i nostri sentimenti.
Popolare nella tradizione zen, la meditazione camminata prende la consapevolezza dal suo cuscino e la porta a fare un giro.
La meditazione mettā, o amorevolezza, è una pratica popolare sostenuta dal Buddha come antidoto alla paura e all’ostilità.
In alcune scuole buddhiste, in particolare nel buddhismo tibetano, la creatività naturale della mente viene incanalata nel sostenere i praticanti nel cammino verso il risveglio.
Come la maggior parte delle tradizioni spirituali, il buddhismo utilizza la voce come strumento di meditazione. In molte tradizioni buddhiste si usa il canto in un modo o nell’altro.
Pratica tratta dagli insegnamenti sull’addestramento della mente (lojong), il tonglen è usato per superare l’autocompiacimento.
Nelle tradizioni buddhiste è comune inchinarsi alle rappresentazioni del Buddha, alle immagini dei bodhisattva (esseri illuminati) e ai maestri del passato e del presente.
La pratica di contemplare la propria morte può aiutarci a vivere più pienamente in questo momento.
Comune a diverse tradizioni, un mantra è una parola, una sillaba o una frase sacra usata come invocazione o come oggetto di contemplazione.
Nello zen, un kōan è un indovinello o una frase paradossale pronunciata da un insegnante per aiutare gli studenti ad allontanarsi da forme di pensiero o ragionamento automatiche.
Al di fuori del mondo occidentale, la pratica principale dei buddhisti di tutto il mondo non è la meditazione, ma la coltivazione del merito.
Da tempo i buddhisti visitano i luoghi sacri per acquisire meriti, sperimentare potenti energie spirituali e approfondire la loro pratica.
I buddhisti circumambulano gli stupa, i santuari, i templi, le montagne e altri oggetti devozionali per purificare il karma negativo e rendere omaggio.
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