IL BUDDHISMO PER CHI COMINCIA  |  LIVELLO 2  |  MODULO 10  |  SCHEDA 6

Meditare con la voce: il canto

I rituali e le pratiche della maggior parte delle tradizioni spirituali prevedono qualche forma di canto, e il buddhismo non fa eccezione. Le varie scuole buddhiste si approcciano al canto in modi molto modi diversi. Alcuni canti sono meravigliosamente melodiosi, altri risuonano dal profondo del ventre, altri ancora sono ripetitivi e ipnotici. Le parole possono essere cantate in lingue antiche, in pāli o in sanscrito, o nelle lingue in cui sono state scritte nelle terre in cui il buddhismo si è poi radicato, o per come sono state tradotte di recente nelle lingue occidentali.

Talvolta descritti come «meditazione sul suono», i canti possono articolare sutra, mantra, invocazioni, richieste di protezione o promemoria dei nostri impegni e voti etici. Nel buddhismo tibetano, vengono cantate complesse pratiche di visualizzazione, accompagnate da strumenti rituali; nel buddhismo della Terra pura e in quello di Nichiren, il canto è una pratica devozionale elementare che permette a chi ha aspirazioni sincere di accedere a benedizioni trasformative; in alcune forme di zen, il canto collettivo permette un’esperienza diretta della realtà, dal momento che cortocircuita l’individualismo e il pensiero concettuale. 

Il canto può mettere in pausa il pensiero intellettuale e far accedere alla saggezza degli insegnamenti tradizionali su un livello diverso. Chi ama questo genere di pratica ne apprezza l’energia meditativa, il senso di comunità e la connessione che si crea con le generazioni di praticanti che, cantando quelle stesse frasi, hanno dato voce alle loro aspirazioni, alla loro fiducia e alle loro intuizioni. E non è necessario capire le parole o saper intonare una melodia: si può semplicemente seguire il flusso. Il maestro zen giapponese Taizan Maezumi Roshi ha scritto: «Cantate con le orecchie, non con la bocca». 

LIVELLO 2 | MODULO 10

La meditazione con il respiro, o «consapevolezza del respiro», è una delle forme più antiche di meditazione buddhista.

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Spesso è proprio per via di emozioni difficili che iniziamo a meditare – il buddhismo propone delle specifiche tecniche per conoscer i nostri sentimenti.

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Popolare nella tradizione zen, la meditazione camminata prende la consapevolezza dal suo cuscino e la porta a fare un giro.  

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La meditazione mettā, o amorevolezza, è una pratica popolare sostenuta dal Buddha come antidoto alla paura e all’ostilità.

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In alcune scuole buddhiste, in particolare nel buddhismo tibetano, la creatività naturale della mente viene incanalata nel sostenere i praticanti nel cammino verso il risveglio.

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Come la maggior parte delle tradizioni spirituali, il buddhismo utilizza la voce come strumento di meditazione. In molte tradizioni buddhiste si usa il canto in un modo o nell’altro.

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Pratica tratta dagli insegnamenti sull’addestramento della mente (lojong), il tonglen è usato per superare l’autocompiacimento.

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Nelle tradizioni buddhiste è comune inchinarsi alle rappresentazioni del Buddha, alle immagini dei bodhisattva (esseri illuminati) e ai maestri del passato e del presente.

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La pratica di contemplare la propria morte può aiutarci a vivere più pienamente in questo momento.

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Comune a diverse tradizioni, un mantra è una parola, una sillaba o una frase sacra usata come invocazione o come oggetto di contemplazione.

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Nello zen, un kōan è un indovinello o una frase paradossale pronunciata da un insegnante per aiutare gli studenti ad allontanarsi da forme di pensiero o ragionamento automatiche.

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Al di fuori del mondo occidentale, la pratica principale dei buddhisti di tutto il mondo non è la meditazione, ma la coltivazione del merito.

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Da tempo i buddhisti visitano i luoghi sacri per acquisire meriti, sperimentare potenti energie spirituali e approfondire la loro pratica.

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I buddhisti circumambulano gli stupa, i santuari, i templi, le montagne e altri oggetti devozionali per purificare il karma negativo e rendere omaggio. 

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