IL BUDDHISMO PER CHI COMINCIA | LIVELLO 2 | MODULO 10 | SCHEDA 11
Un kōan è una parola o una frase sorprendente o paradossale, tratta da un aneddoto, usata come oggetto di meditazione nelle tradizioni che derivano dal buddhismo cinese chán, come lo zen giapponese. La contemplazione di queste parole rientra nell’addestramento mediante il quale un insegnante cerca di appoggiare il risveglio di uno studente. La parola kōan è una traslitterazionee giapponese del cinese gōng’àn, che significa «atto pubblico» o «precedente legale», e anche «storia». La maggior parte dei kōan utilizzati oggi provengono da diverse raccolte di gōng’àn risalenti alla Cina del XII e XIII secolo; le raccolte più conosciute sono state tradotte molte volte e sono reperibili in italiano col titolo La porta senza porta (Adelphi 1987) e La raccolta della roccia blu (Ubaldini 1978). In queste antologie, ogni racconto – di solito uno scambio tra due maestri buddhisti o tra maestro e studente – è abbinato a un commento chiarificatore, una breve sintesi del punto, versi e talvolta un commento ai versi.
La tradizione dello studio del kōan può variare nelle diverse scuole di zen, ma nella forma più familiare a noi occidentali, agli studenti viene assegnato un kōan (che può essere più o meno noto), e in seguito devono dimostrare al maestro di averlo compreso. Quando i flussi di pensiero abituali non porta a nulla, gli studenti iniziano a «ragionare» con il kōan e alla fine portano all’insegnante una «risposta» diretta o spontanea che riflette la loro formazione zen. In alcune scuole, uno studente può lavorare su un kōan per anni, o dover ripercorrere un elenco tradizionale di kōan.
Forse conoscete alcuni dei kōan più famosi, come «Che suono fa una mano che appalude da sola» o «Com’era il tuo volto prima che i tuoi genitori nascessero». Un famoso esempio di kōan di una sola parola deriva da una storia cinese del X secolo in cui uno studente chiede al famoso maestro Chao-chou (pinyin, Zhàozhōu; giapponese, Jōshū) se un cane ha la natura di buddha (il potenziale per il risveglio) e il maestro risponde «Wu!» («vuoto»). Questa sorprendente risposta è riuscita a catalizzare gli sforzi meditativi, l’introspezione e l’intuizione dei praticanti per secoli, e il kōan viene assegnato agli studenti ancora oggi.
La studiosa Pamela D. Winfield spiega la «battuta» legata all’interrogarsi circa la possibilità che un cane abbia la natura di buddha, mentre Clark Strand ci accompagna nella rassegna di sessantuno kōan tradizionali.
LIVELLO 2 | MODULO 10
La meditazione con il respiro, o «consapevolezza del respiro», è una delle forme più antiche di meditazione buddhista.
Spesso è proprio per via di emozioni difficili che iniziamo a meditare – il buddhismo propone delle specifiche tecniche per conoscer i nostri sentimenti.
Popolare nella tradizione zen, la meditazione camminata prende la consapevolezza dal suo cuscino e la porta a fare un giro.
La meditazione mettā, o amorevolezza, è una pratica popolare sostenuta dal Buddha come antidoto alla paura e all’ostilità.
In alcune scuole buddhiste, in particolare nel buddhismo tibetano, la creatività naturale della mente viene incanalata nel sostenere i praticanti nel cammino verso il risveglio.
Come la maggior parte delle tradizioni spirituali, il buddhismo utilizza la voce come strumento di meditazione. In molte tradizioni buddhiste si usa il canto in un modo o nell’altro.
Pratica tratta dagli insegnamenti sull’addestramento della mente (lojong), il tonglen è usato per superare l’autocompiacimento.
Nelle tradizioni buddhiste è comune inchinarsi alle rappresentazioni del Buddha, alle immagini dei bodhisattva (esseri illuminati) e ai maestri del passato e del presente.
La pratica di contemplare la propria morte può aiutarci a vivere più pienamente in questo momento.
Comune a diverse tradizioni, un mantra è una parola, una sillaba o una frase sacra usata come invocazione o come oggetto di contemplazione.
Nello zen, un kōan è un indovinello o una frase paradossale pronunciata da un insegnante per aiutare gli studenti ad allontanarsi da forme di pensiero o ragionamento automatiche.
Al di fuori del mondo occidentale, la pratica principale dei buddhisti di tutto il mondo non è la meditazione, ma la coltivazione del merito.
Da tempo i buddhisti visitano i luoghi sacri per acquisire meriti, sperimentare potenti energie spirituali e approfondire la loro pratica.
I buddhisti circumambulano gli stupa, i santuari, i templi, le montagne e altri oggetti devozionali per purificare il karma negativo e rendere omaggio.
We have sent a 6-digit verification code to your email. Please enter it below to continue.
We have sent a 6-digit verification code to your email. Please enter it below to continue.
Risultati totali
Nessun risultato trovato