BUDDHISMO PER CHI COMINCIA  |  LIVELLO 1  |  MODULO 6  |  SCHEDA 9

Il buddhismo sostiene
l'uguaglianza di genere?

Non c’è una risposta semplice a questa domanda. Il Buddha ha insegnato che chiunque, indipendentemente dal genere, è in grado di raggiungere l’illuminazione, e nel corso dei millenni, innumerevoli donne hanno percorso il sentiero che vi conduce, come praticanti laiche, insegnanti e monache. Tuttavia, negli ultimi 25 secoli, la maggior parte delle istituzioni buddhiste ha discriminato le donne, alcune più gravemente di altre.

Come riportato nel Canone pāli, che comprende alcuni dei primi insegnamenti buddhisti, il Buddha elogiava le conquiste delle sue discepole, ma si rifiutò di ordinare donne fino a quando la sua matrigna, Mahāprajāpatī, e il suo assistente e cugino, Ānanda, non lo convinsero a farlo. Tuttavia, quando alle donne fu permesso di ricevere gli ordini, furono gravate da otto «regole pesanti» (in pāli, garudhamma) che ne sancivano la subordinazione ai monaci. Secondo alcuni studiosi questo racconto e le altre otto regole sono stati aggiunti successivamente.

Dopo la morte del Buddha, gli uomini hanno dominato le gerarchie di tutte le tradizioni buddhiste. In Asia era diffusa la convinzione che una donna dovesse rinascere come uomo prima di poter raggiungere il nirvāṇa. Non si trattava, in ogni caso, di un insegnamento del Canone pāli e, sebbene alcuni passaggi dei testi mahāyāna possano essere interpretati a sostegno di questa credenza, altri la contraddicono.

Gli ordini di monache che permettevano l’ordinazione completa non esistono più da secoli – mentre in alcuni casi non sono mai stati istituiti – lasciando, come unica opzione per le donne, varie forme di ordinazione come novizie e laiche. Ma sembra, secondo alcuni recenti sviluppi, che l’ordinazione completa per le donne stia diventando possibile. Nei Paesi dell’Asia orientale dove il buddhismo cinese ha preso piede, viene concessa l’ordinazione completa alle monache e ci sono movimenti che vorrebbero estendere questa possibilità per le novizie theravāda e tibetane. In questo modo si aprirebbero finalmente le porte a tutte le monache buddhiste, permettendo loro di accedere a uno status di cui i monaci hanno goduto a lungo. Tuttavia, la validità di queste ordinazioni è oggetto di dibattito.

Così come nell’ultimo secolo le donne di tutto il mondo hanno lottato per ottenere l’uguaglianza di genere, allo stesso modo le donne buddhiste hanno cercato di eradicare la discriminazione di genere nelle loro comunità. Nel 1987 è stata fondata un’associazione internazionale, Sakyadhita, «a beneficio delle donne buddiste [e] per ridurre l’ingiustizia di genere». Più di recente, il movimento #MeToo, trovando appoggio negli sforzi preesistenti per affrontare il sessismo e gli abusi, ha scosso le comunità buddhiste rivelando abusi e aggressioni, dando così adito a una presa di coscienza pubblica. C’è ancora molto da fare per raggiungere la parità di genere e molti buddhisti credono che il Buddha approverebbe.

Cosa c’entra il genere con il dharma? Molto, secondo l’insegnante e studiosa Rita Gross. In alcune tradizioni buddhiste ci si aspetta che le monache siano ancora subordinate ai monaci. E l’insegnante buddhista transgender Caitriona Reed sostiene l’importanza di affermare il proprio vero genere, anche per via – o forse proprio in virtù – degli insegnamenti sulla vacuità.

LIVELLO 1 | MODULO 6

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