BUDDHISMO PER CHI COMINCIA | LIVELLO 1 | MODULO 5 | SCHEDA 2
L’idea che i buddhisti non credano nell’esistenza dell’io deriva da varie interpretazioni del termine anattā, che in pāli significa «non sé» o «non io» (in sanscrito, anātman), un tema presente in numerose scritture buddhiste. Spesso viene tradotto come «nessun sé», il che ha portato a credere che secondo i buddhisti il sé o l’io non esistano affatto.
Il Buddha stesso si rifiutò di rispondere alla domanda se esista o meno un sé, sostenendo che invischiarsi in simili pantani esistenziali porta a una confusione senza fine (un «groviglio delle opinioni», nelle sue parole) e ci distoglie dal sentiero che porta alla liberazione dalla sofferenza.
Secondo l’interpretazione di molti buddhisti la dottrina del non sé fa riferimento al fatto che non abbiamo un io fisso, intrinseco e immutabile (nelle scritture mahāyāna, il concetto è esteso a tutti i fenomeni dell’universo). Creiamo la nostra concezione del sé a partire da sensazioni, impressioni e reazioni fisiche e mentali che sono in realtà processi in continua formazione e cambiamento. Il nostro attaccamento all’idea di un io, o sé, fisso causa grande sofferenza e insoddisfazione. Per esempio, possiamo temere e resistere al fatto di invecchiare perché lo sentiamo come una violazione del nostro senso di sé, di chi e cosa dovremmo essere – giovani, sani o immortali – piuttosto che un risultato naturale e inevitabile della nascita umana.
Per il Buddha, la comprensione del non sé era una strategia cruciale per indagare in che modo causiamo la nostra stessa sofferenza e, per estensione, in che modo liberarcene. Quando ci accorgiamo di restare aggrappati alla bellezza della giovinezza, per esempio, dobbiamo ricordarci che è «non sé» e imparare a lasciarla andare.
Siete confusi dai riferimenti al «vero io» accanto agli insegnamenti sul non sé? Il pioniere occidentale della meditazione di visione profonda, Jack Kornfield, spiega, con estrema precisione, i concetti buddhisti di identità, mentre il monaco thailandese della foresta Thanissaro Bhikkhu spiega perché si tratta di «non sé» e non di «nessun sé».
LIVELLO 1 | MODULO 5
La meditazione è parte rilevante degli insegnamenti del Buddha su come raggiungere il risveglio, ma non è una necessità.
La dottrina del non sé, o non io, non implica l’inesistenza dell’io, indica invece l’assenza di un io fisso e separato.
Il Dalai Lama è il buddhista più famoso del mondo, ma non è il leader del buddhismo.
La risposta breve è no, ma dipende da cosa significa «essere religiosi» per voi.
Molte persone iniziano a meditare con la convinzione di dover mettere a tacere la mente, ma non è in questi termini che il Buddha descriveva l’obiettivo di questa pratica.
Se è vero che il primo precetto dice di astenersi dal togliere la vita, non significa che per essere buddhisti si debba essere vegetariani.
Parte della confusione che aleggia intorno a questa domanda è dovuta a un’errata interpretazione dell’insegnamento chiave dell’originazione interdipendente.
La meditazione è un ottimo modo per farlo, ma è una pratica il cui scopo è di più ampia portata.
Mi dispiace, ma le emozioni fanno parte dell’essere umano! L’importante è che non facciano soffrire troppo.
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