BUDDHISMO PER CHI COMINCIA  |  LIVELLO 1  |  MODULO 3  |  SCHEDA 8

Perché si diventa monache o monaci?

Monaci a Phnom Penh, Cambogia | Fonte: Unsplash

Unirsi a una comunità monastica permette di immergersi pienamente nel dharma, trascorrere lunghe ore di meditazione e di studio. La vita monastica è anche considerata un’opportunità per aiutare gli altri, servire la propria comunità e preservare la religione per le generazioni future. Alcuni buddhisti theravāda credono che non si possa raggiungere l’illuminazione senza prendere i voti monastici, mentre i buddhisti mahāyāna credono che anche i laici possano raggiungerla; quasi tutti concordano sul fatto che la vita monastica faciliti il risveglio. Il processo mediante cui si prendono i voti monastici, chiamato «andare oltre» o «lasciare casa», rievoca la decisione del Buddha di lasciare la sua vita opulenta per trovare la liberazione dalla sofferenza nelle vesti di cercatore errante. «La vita in casa è limitante, un regno di polvere», disse il Buddha. «Lasciarla è l’aria aperta».

Possono entrare in gioco anche considerazioni di carattere culturale, economico e pratico. Alcune tradizioni buddhiste ritengono che l’adesione all’ordine monastico permetta di accumulare meriti per i monaci e per le loro famiglie. In Thailandia, per esempio, è consuetudine che i giovani uomini si ordinino per un breve periodo, in parte per acquisire meriti. Altri ancora si ordinano per poter avere accesso a istruzione, cibo e alloggi, soprattutto per i bambini; per espiare le colpe del passato o per soddisfare i desideri della propria famiglia.

Uno dei motivi principali per cui i buddhisti prendono i voti monastici è quello di vivere una vita orientata dalla rinuncia. La parola sanscrita naiṣkramya (pāli nekkhamma), solitamente tradotta come «rinuncia», significa letteralmente «libertà dalla lussuria dei sensi», la rinuncia quindi ai piaceri mondani e a tutto ciò che ci lega alla sofferenza. Il Buddha insegna che quando gli studenti capiscono appieno come il desiderio e l’attaccamento li leghino all’infelicità, la rinuncia diventa un atto di liberazione. I primi monaci e monache buddhisti rinunciavano alle loro vite mondane e ai loro beni e vagavano di villaggio in villaggio, offrendo insegnamenti e ricevendo elemosine. Lasciarsi alle spalle tutto ciò che è familiare e confortevole era un mezzo per aiutare il discepolo a liberarsi dal desiderio, dalla brama e dall’attaccamento.

Alcune scuole di buddhismo hanno sviluppato percorsi di pratica per i laici che comprendono elementi della prassi monastica restando tuttavia compatibili con la vita laica, per esempio la tradizione della Vipaśyanā, o meditazione profonda, le cui radici risalgono alla Birmania del XIX secolo. Benché ora i laici abbiano accesso a un maggior numero di pratiche, molti si sentono ancora in dovere di impegnarsi totalmente nel dharma seguendo il tradizionale percorso monastico.

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